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lunedì 6 ottobre 2014

"Francesco"




"I combattimenti difficili vengono riservati solo a chi ha 
un coraggio esemplare"

(Francesco d'Assisi, in Tommaso da Celano)



"Francesco" di Gino Covili, pittore di Pavullo nel Frignano, remoto entroterra dell'Appennino modenese, è il più "primitivo", autentico e audace ciclo pittorico contemporaneo riguardante il Santo di Assisi.



La predica agli uccelli



Nell'estate del 1999 dedicammo una mostra monografica alla figura di Francesco di Assisi attraverso le opere (in tutto oltre una settantina) di questo singolare artista dell'umanità derelitta: Covili, appunto. La allestimmo nelle sale del castello dei Conti Guidi di Poppi in Casentino, in provincia di Arezzo, proprio dirimpetto alla Verna dove il Santo ricevette le stimmate nel 1224.


Pace con frate lupo


Lo rammento come uno dei momenti più coinvolgenti, e al contempo carichi di significato umano prima che professionale, l'incontro con la personalità che meglio d'ogni altra avrebbe dato senso alla più radicale scelta di spoliazione evangelica, che Covili era riuscito ad esprimere in maniera tanto manifesta.



I disegni e le tavole su San Francesco, di cui ripropongo qui tre opere "colossali" eseguite tra il 1992 e il '93, possono essere considerati molto di più di un semplice ex-voto offerto a seguito di una vicenda drammatica felicemente conclusa. Gino Covili sa cogliere e trasmettere la personalità del Santo e il rovesciamento di valori operato dalla sua "scandalosa" imitazione del Cristo; restando fedele al suo straordinario linguaggio figurativo, Covili è riuscito nell'ardua impresa di cogliere i sentimenti più segreti e arditi del messaggio francescano.



Madre terra

(Le immagini sono tratte dal catalogo "Francesco", dedicato al ciclo pittorico di Gino Covili, edito da Rizzoli)

giovedì 16 gennaio 2014

Uomini dei Lumi


"Chi è un persecutore? È un uomo il cui orgoglio ferito e il cui furibondo fanatismo istigano il principe o i magistrati contro gente innocente, che non ha altra colpa che quella di non pensare come lui". 

Voltaire
(Dizionario Filosofico)




Il Settecento, comunemente definito il Secolo dei Lumi, ha partorito personalità di indubbia caratura intellettuale. Tra queste spiccano due miei illustri-illuminati concittadini casentinesi, personaggi meno noti, ma degni del più assoluto rispetto: Bernardo Tanucci, il Viceré di Napoli, ed il poeta Tommaso Crudeli
Due uomini di cui il destino ha incrociato le traiettorie e che hanno lasciato una traccia incancellabile e inconfondibile, come le loro storie che - come minimo gesto di giustizia - desidero divulgare. 
Le loro vite - così contigue ma tutt'altro che prossime per temperamento e vocazione - hanno da dirci e indicarci ancora molte cose, a noi discendenti del "Secol superbo e avaro che predica(va) filantropia e pratica egoismo!"

Correva l'anno 1988 quanto il dottor d'Anzeo, di stanza nella locale farmacia di Poppi in Casentino, riemerse tra ricette e scartoffie, da dietro al banco assediato da nuvole di fumo e dall'odor di galenico, ove estrasse un dattiloscritto da lasciare sbalorditi. 
Il dottor d'Anzeo Attilio, presto sagacemente soprannominato "Mennea" (com'è d'uso ribattezzar-enfatizzando chiunque da queste parti) in virtù della paradossale associazione col suo conterraneo primatista mondiale di velocità di cui condivideva per difetto la sveltezza, si era dilettato - ma non senza una certa indignazione sull'oggi - a scrivere un capitolo della storia della tolleranza (e, si capisce, dell'intolleranza), nella Toscana granducale.

Queste righe di presentazione del libro "Il Caso Crudeli" ci giunsero nientemeno che da Leonardo Sciascia il quale - lasciandoci senza fiato - ci inviò, con assoluto atto di liberalità, due pagine sfolgoranti che qui mi appresto a trascrivere.







Non conosco personalmente il dottor d'Anzeo, meridionale della Capitanata trapiantato a Poppi, paese in cui sono stato in un giorno d'estate di circa vent'anni fa e di cui ho vago ricordo. Ma mi è facile immaginarlo, il farmacista dottor d'Anzeo, tra le ottomila e più specialità medicinali che (mi pare) registra la farmacopea italiana: tutte lì, negli scaffali, nelle loro scatole versicolori (...).
Mi è facile immaginarlo un po' infastidito, un po' insofferente di quel meccanico lavoro, un po' nostalgico di quello di una volta: quando le medicine il farmacista le preparava, dosando e combinando quelle sostanze che stavano, etichettate da nomi misteriosi, in quegli splendidi vasi che ora sono oggetti di antiquariato.

Le farmacie dei paesi si somigliano tutte: un tempo, più di ora, a far da circolo; e un po' si somigliano i farmacisti: tranquilli, di apparente indolenza, quasi olimpici; ma attenti alle notizie del paese e del mondo, col gusto di riceverne e darne; e non privi di un segreto o palese dilettarsi in cose che niente hanno a che fare con la farmacopea (...).

Il dottor d'Anzeo, farmacista a Poppi, si è dunque dilettato, ma non senza una certa indignazione sull'oggi, a scrivere un capitolo della storia della tolleranza (e, si capisce, dell'intolleranza), guardando alla Toscana granducale e scoprendo in essa, per i sudditi, il vantaggio del governar poco. E la parola "diletto" io l'adopero nel senso di un'occupazione che, non essendo continua e professionale, resta piacevole e goduta. Quasi un privilegio.


Fin qui Sciascia si "limita" a descrivere il d'Anzeo - farmacista dal fare olimpico - nel suo contesto storico-ambientale, fotografandolo mirabilmente come fossero amici di lungo corso. Poi prosegue, estendendo le considerazioni all'altro personaggio in questione della vicenda Crudeli, Bernardo Tanucci da Stia...



Tanucci, ministro di Carlo III a Napoli, ce l'aveva coi baroni di quel Regno, ma anche coi gesuiti e coi massoni: posizioni che allora, con notevoli effetti, seppe mantenere e che oggi, paradossalmente, sarebbero insostenibili. Ce l'aveva anche, ovviamente, con l'Inquisizione in Sicilia ancora presente: e riuscirà ad abolirla, più tardi, il Viceré Caracciolo che dal Tanucci aveva preso esempio e lunghe ambascerie a Londra e a Parigi avevano maturato nell'idea della tolleranza. Ora del Tanucci il Crudeli era stato discepolo e amico, al punto che ne ebbe l'offerta di accompagnarlo a Napoli, dove la carica di poeta alla corte di Carlo III gli sarebbe stata conferita. E ragione del rifiuto del Crudeli poteva anch'essere, semplicemente, il non voler lasciare Firenze; ma poteva anche essercene un'altra: il suo essere massone, incompatibile con l'avversione alla massoneria di Tanucci. Comunque, che il Crudeli fosse massone non pare si possa dubitare, e addirittura segretario della prima loggia che si era stabilita in Firenze. Ed è da presumere che in quanto massone, a scoraggiare la possibile diffusione della setta e la conseguente crescita del potere che oggi diremmo laico, sia stato incarcerato e processato con accuse piuttosto vaghe di irriverenza, di bestemmia e - dulcis in fundo - di eccitare il popolo a non pagare le tasse. Argomento, quest'ultimo, cui si pensava fosse sensibile il nuovo granduca, il Lorenese Francesco Stefano (...).

Il "governar poco" si era però trasmesso dall'una all'altra dinastia ed era impensabile il "troppo" di un rogo o di una condanna a vita per Tommaso Crudeli. Che passò il suo guaio, da quel tanto di prigione che subì aggravandosi i suoi mali: ma morì a Poppi, nella sua casa. 



Così Leonardo Sciascia conclude la presentazione del "Caso Crudeli" - Persecuzione e Tolleranza nella Toscana Granducale - come una "gradevole" premonizione:



Come oggi qualcuno crede che le lunghe crisi di governo siano di vantaggio all'economia italiana, lasciando più spazio all'inventiva, all'energia che Stendhal vagheggiava negli italiani e insomma all'arte di arrangiarsi, nella Toscana medicea e lorenese il "governar poco" diventava una forma della tolleranza, della libertà: una specie di gradevole penombra, nel secolo dei lumi.


Busto marmoreo di Tommaso Crudeli


Note biografiche:

Tommaso CRUDELI

Nato a Poppi nel Casentino nel 1703, laureatosi a Pisa in giurisprudenza, visse a Firenze dandovi lezioni d'italiano, specialmente agl'Inglesi che vi capitavano. Accusato di appartenere alla Massoneria (importata a Firenze appunto dagli Inglesi), fu arrestato nel 1739 e chiuso nelle carceri dell'Inquisizione: donde uscì, dopo lunga procedura e molte sofferenze, con l'obbligo di restar confinato a Poppi. Morì nel 1745.

I suoi casi furono la cagione prossima dell'abolizione in Toscana dell'Inquisizione.

Le Poesie del Crudeli, stampate la prima volta a Napoli nel 1746, furono proibite dalla congregazione dell'Indice; ma, abolita l'Inquisizione, furono pubblicate nel 1767, seguite due anni dopo da "L'arte di piacere alle donne", opuscolo licenzioso già edito a Lucca nel 1762 con la data di Parigi.

Negli scritti licenziosi, nei mirabili apologhi, che derivano da La Fontaine, nel desiderio di contrapporre alla commedia dell'arte la commedia regolare s'avverte l'imitazione degli scrittori francesi. Tra le sue liriche, nelle quali pare ch'abbia voluto innestare, come dice il Carducci, "la galanteria francese sul tronco del Chiabrera e del Menzini", molto pregio hanno una decina di canzonette e canzoni idilliche, dove il sentimentalismo arcadico è qua e là avvivato, come in "La nuotatrice", da potenti tocchi realistici.

Da:  "Treccani.it", L' Enciclopedia Italiana



Nella lapide di commemorazione, posta sulla facciata del palazzo di famiglia dove il Crudeli spirò, è scritto:

In questa casa morì il 27 marzo 1745
dopo lunga malattia aggravata
dai postumi dei tormenti
del Santo Offitio

il Dottor U. J.
TOMMASO CRUDELI
Poeta e Filosofo

Nel 250° anniversario
NON FIORI
MA PENSIERI E OPERE DI LIBERTA'





Bernardo Tanucci
(Stia in Casentino, Arezzo, 1698 / Napoli 1783)



Il vero comando nel mondo sta nelle braccia; ove son più braccia ivi è la vera potenza. Già si vede che nel popolo son le braccia e il popolo si deve non solamente ben servire dai ministri dalla nobiltà dal Sovrano, ma ancora ben trattare. 

Era questo il bagaglio di cultura giuridica con cui il Tanucci si pose al seguito di Carlo di Borbone. In quel pellegrinare Tanucci si rese conto delle ‘due Italie’: una aveva combattuto e distrutto il sistema feudale, l’altra lo serbava sano e vegeto. Tutto l’impegno ministeriale doveva perciò concentrarsi nel combattere «la mala bestia baronale».


Note biografiche:

Bernardo TANUCCI

Rivestì autorevoli ruoli presso la corte borbonica napoletana, e fu fautore deciso di riforme, più per inclinazioni politiche che per adesione al razionalismo illuministico. Tanucci legò il proprio nome alla lotta anticuriale, che unificò tutte le forze innovatrici. Avversario dell'assolutismo pontificio, fu uno dei principali ispiratori della soppressione dei gesuiti (1773), concordemente voluta da tutte le corti borboniche.

Professore di diritto nell'università di Pisa, sostenne in vari opuscoli (tra il 1728 e il 1731) l'opinione tradizionale della provenienza da Amalfi delle Pandette pisane. In seguito, due sue memorie politico-giuridiche (l'una in favore dell'indipendenza verso l'impero, l'altra contro il diritto di asilo) lo rivelarono a Carlo di Borbone, allora duca di Parma, che lo invitò a seguirlo a Napoli, dove Tanucci fu suo consigliere autorevolissimo: consigliere del Collaterale, divenne poi ministro di Giustizia (1752), e infine ministro degli Esteri e della Casa reale (1754). Quando Carlo passò a regnare in Spagna (1759), Tanucci acquistò una posizione predominante nel governo napoletano, sia durante la reggenza, sia nei primi anni del regno di Ferdinando IV. Non pochi furono gli abusi e i privilegi che egli riuscì a sopprimere nella vita del regno. A lui si deve il trattato austro-napoletano (1759) e la mancata partecipazione della corte borbonica di Napoli al patto di famiglia del 1761. Ma la regina Maria Carolina, mal soffrendo il suo predominio nel governo, riuscì alla fine a sbalzarlo dal potere (1776).


Nell'incantevole piazza dove nacque - a Stia in Casentino - resa curiosamente nota dal film "Il Ciclone" (sic!),
una lastra di marmo lo ricorda lapidariamente.


Scorcio di piazza Bernardo Tanucci a Stia in Casentino (Arezzo)




I destini di questi uomini-illuminati, Crudeli e Tanucci, nella loro seppur distante ma coerente visione del mondo, hanno segnato pagine di straordinaria portata civile e morale. Dopo di loro, il corso della giurisprudenza non è stato più lo stesso e il loro modo di intendere e di sentire ha inciso profondamente sulle vicende di un'Italia prossima a un radicale cambiamento.

Di lì a poco il Tribunale del Sant'Offitio venne bandito e il Granduca di Toscana, il 30 novembre 1786, sotto il regno di Pietro Leopoldo Asburgo Lorena, decretò l'abolizione della tortura e della pena capitale, primo paese civile al mondo ad aver adottato questa risoluzione.
E quella data, corrispondente alla festa della Regione Toscana, sancisce e segna una conquista incomparabile per l'intera umanità!


Ai perseguitati senza storia, d'ogni tempo.

sabato 30 novembre 2013

Una Donna tra le Fate


Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. 
Perché i bambini lo sanno già. 
Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti. 

(Gilbert Keith Chesterton), "Enormi sciocchezze", 1909


In ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l'altro nell'abisso.

(Paulo Coelho), "Undici minuti", 2003

La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi.
(Gianni Rodari)






Il Casentino, prima valle dell’Arno che Per mezza Toscana si spazia ... e cento miglia di corso nol sazia, ci dice Dante, luogo di elevazione per chi lo sceglie - come i Santi - piuttosto che di espiazione per chi lo subisce - si cela, ma si rivela a chi lo cerca con sincerità: è “il luogo” dove Emma Perodi scelse di ambientare le sue Novelle della Nonna.



Copertina di una delle Edizioni Salani degli anni Sessanta (sullo sfondo il borgo di Poppi in Casentino)


C’era una volta una gran dama, dotata di “temperamento calmo, portamento signorile ma senza boria, cuore nobilissimo, ingegno ferace, parola arguta e spigliata”. Questa signora scriveva delle favole, ma erano favole senza “c’era una volta”. È così che, in un panorama avaro di figure eccentriche qual è quello della letteratura italiana dell’Ottocento, emerge la figura di Emma Perodi, narratrice incomparabile, poco incline agli indottrinamenti pedagogici, capace di astuzie e di artifizi letterari, ma anche di estri e di umori balzani.


Nonna Regina narra le Novelle della Nonna




Così Antonio Faeti introduce le Fiabe fantastiche della Perodi, donna di straordinario ardimento, raro per l’epoca: un po’ come voler fare il falegname ai tempi di San Giuseppe o cimentarsi con Mozart nella musica sinfonica. Sì, perché a questa nobildonna è toccato in sorte di vivere al tempo di Collodi (al secolo Carlo Lorenzini) che aveva dato le gambe a un certo Pinocchio!



Illustrazione di Carlo Chiostri. La Regina racconta attorno al "canto" del fuoco




L’universo fiabesco di Emma Perodi è popolato di streghe paesane, diavoli astuti e frati malevoli, in un itinerario pacatamente crudele, compostamente feroce, che s’inoltra nel regno del magico, del diabolico, del misterioso.

C’era una volta, dunque, un tuffo nella fantasia: uno spettacolo allestito nel “teatro di un’infanzia non sottratta ad alcuna contraddizione, ad alcun veleno, ad alcuna possibilità di vedere oltre gli spazi igienici risanati, omogenei” che troppo spesso le sono riservati.



Copertina del volume "Una Donna tra le Fate" di Piero Scapecchi



A Lei, Donna tra le Fate, ebbi modo di dedicare un anno d’intenso lavoro, curare pubblicazioni, allestire mostre, convegni e spettacoli teatrali. Correva l’anno 1993, ad un secolo esatto dalla prima stampa di quelle Novelle che da bambini ci avevano fatto tremare e sognare tanto.



Invito-brochure del Convegno perodiano. Illustrazioni di Ezio Anichini


Pensammo, quindi, di riallestire il “set” delle sue storie fantastiche nel luogo dove Lei le aveva immaginate e partorite: la valle del Casentino, terra di Santi e briganti.
Le immagini e le illustrazioni pubblicate in questo post sono tratte dal portfolio della Mostra "Cent'Anni di Fiabe Fantastiche" allestita per l'occasione, di cui mi sono occupato personalmente.


Biblioteca "Rilliana" - Castello dei Conti Guidi in Poppi
La mostra "Cent'anni di fiabe fantastiche"
Le scuderie del castello di Poppi, sede dell'allestimento della mostra


E di riesumare quell’immenso patrimonio illustrativo che quelle storie avevano accompagnato, ci piaceva molto l’idea.

Ecco, dunque, che al castello dei Conti Guidi di Poppi le Fiabe fantastiche della Perodi riebbero nuovamente vita e l’editore Einaudi, che già l’aveva annoverata tra i classici della letteratura per l’infanzia - nella prestigiosa collana dei "Millenni" -, al termine delle celebrazioni decise di ristamparne l’edizione in formato economicamente accessibile che vi invito a scoprire.

Quelle che seguono sono alcune delle illustrazioni dei migliori artisti che hanno fatto la storia della letteratura fantastica, grazie anche ai quali la Perodi può continuare a vivere nel nostro irrinunciabile, fiabesco immaginario.


Carlo Vitoli Russo dalla novella L'Incantatrice
Carlo Vitoli Russo dalla novella La gobba del buffone
Gustavo Piattoli dalla novella Il talismano del Conte Gherardo
Gustavo Piattoli dalla novella Messer Gentile e il cavallo balzano


Ezio Anichini dalla novella L'ombra del Sire di Narbona





Emma Perodi
(Cerreto Guidi, 1850 – Palermo, 1918)

Pubblicò novelle e romanzi non soltanto per l’infanzia, e tradusse opere importanti come “Le affinità elettive” di Goethe. Le sue Novelle apparvero per la prima volta in cinque volumi nel 1892, 
e videro in seguito numerose ristampe illustrate.