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venerdì 11 gennaio 2019

Caro Faber...


 Quando la luna perde la lana
e il passero la strada/
quando ogni angelo è alla catena
ed ogni cane abbaia/
prendi la tua tristezza in mano
e soffiala nel fiume/
vesti di foglie il tuo dolore
e coprilo di piume/

 
Fabrizio De André, 
"Canto del servo pastore"




ti scrivo nel cuore della notte per quell’irrefrenabile, insano impulso - che conosci a memoria (e, forse, per paura che i pensieri coi rumori del giorno evaporino) - di tentare di mettere in rima i nostri guai migliori. E già, di guai veri ne sono successi da quando te ne sei partito per la Collina, lasciandoci un po’ più soli e orfani a contare le infinite battaglie al calar della sera! Eppoi rammento di quando Lisena, la mia unica sorella che non ha età, portò per la prima volta a casa la tua voce con “Bocca di Rosa” che, come una freccia dall’arco scocca, mi ha trafitto e aperto una ferit(oi)a che non s’è più rimarginata; quella feritoia da cui la tua luce lirica è penetrata senza abbandonarmi più e che da allora mi porta a spasso per il paese tra l’amore sacro e l’amor profano
Ecco perché ogni qualvolta che ti ascolto è sempre la prima volta, come ti ho già detto a suo tempo. La sincerità dei sentimenti e la lucidità del tuo modo di ragionare, di vedere e “aggiustare” le parole con una maestria impareggiabile, mi accompagnano nelle sterrate vie della vita quotidiana, nei giorni feroci celebrativi del nulla come in quelli grandi, fuggevoli, di solitudine... che bella compagnia...





Ecco, allora, che la tua presenza, il senso di gratitudine nei tuoi confronti consola in parte la perdita, la mancanza di cui non si può dire, solo sentire. E mi vien da ridere pensando al putiferio di celebrazioni, di tributi e “cover” che ha suscitato la tua dipartita: una sovraesposizione mediatica che somiglia a un “linciaggio” affettivo postumo - tenuto conto della tua indole schiva - che ti è piovuta addosso, tuo malgrado. Immagino avresti liquidato queste “celebrazioni del ventennale” con un bel “belin...!”, sapendo quanto detestavi le ricorrenze e amavi la vita. E mi stringo forte a Dori, che ti ha saputo su(o)pportare prima, sull’Hotel Supramonte dove avete visto la neve, eppoi , carica d’anni e di castità, nella tua assenza apparecchiata per cena, con speciale dignità.


Con Dori Ghezzi alla presentazione del libro “Lui, io, noi” edito da Einaudi, Stile Libero Extra, 2018


A te che hai saputo leggere dentro le cose con la luce della comprensione senza sottrarti alle contraddizioni e alle miserie della comune condizione umana, che hai indicato il coraggio per divenire gocce di splendore di umanità, di verità, possa Colui che illumina le stelle accoglierti tra i servi disobbedienti alle leggi del branco/ che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti/ come una svista / come un’anomalia/ come una distrazione/ come un dovere.
 
 p.s.: benchè... “domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole”...“Prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume, vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume...”.



 

martedì 31 marzo 2015

I HAVE A DREAM...



I HAVE A DREAM...


Il mio sogno è che i miei quattro bambini possano vivere un giorno in una nazione dove non saranno giudicati dal colore della loro pelle ma dal contenuto del loro carattere.


Martin Luther King Jr.

(1929 - 1968)





L'altro ieri, in un campetto lungo le sponde del Ticino pavese, mi è parso evidente come quel sogno di Martin Luther King si sia realizzato.


In maniera del tutto spontanea, due gruppi di ragazzi, di colore (come l'ebano) provenienti dalle più variopinte etnie d'Africa, e un altro di bianchi (come sedani) verosimilmente scandinavi, si sono incontrati in una partita di calcio. 

Ciò che per noi può sembrare "normale", non lo è stato affatto per secoli e ancora non lo è in diverse parti del mondo!


E quell' "incontro" così naturale è costato lacrime e sangue: una lotta strenua, senza quartiere, quella per la conquista dei diritti civili da parte dei "neri" d'America, prima, nel Sud Africa poi...




Quel luogo trasudava gioia, traspirava serenità, c'era aria di pace.





Martin Luther King con sua moglie Coretta Scott King e tre dei loro quattro figli. 
Atlanta, Georgia, 1963





















giovedì 16 gennaio 2014

Uomini dei Lumi


"Chi è un persecutore? È un uomo il cui orgoglio ferito e il cui furibondo fanatismo istigano il principe o i magistrati contro gente innocente, che non ha altra colpa che quella di non pensare come lui". 

Voltaire
(Dizionario Filosofico)




Il Settecento, comunemente definito il Secolo dei Lumi, ha partorito personalità di indubbia caratura intellettuale. Tra queste spiccano due miei illustri-illuminati concittadini casentinesi, personaggi meno noti, ma degni del più assoluto rispetto: Bernardo Tanucci, il Viceré di Napoli, ed il poeta Tommaso Crudeli
Due uomini di cui il destino ha incrociato le traiettorie e che hanno lasciato una traccia incancellabile e inconfondibile, come le loro storie che - come minimo gesto di giustizia - desidero divulgare. 
Le loro vite - così contigue ma tutt'altro che prossime per temperamento e vocazione - hanno da dirci e indicarci ancora molte cose, a noi discendenti del "Secol superbo e avaro che predica(va) filantropia e pratica egoismo!"

Correva l'anno 1988 quanto il dottor d'Anzeo, di stanza nella locale farmacia di Poppi in Casentino, riemerse tra ricette e scartoffie, da dietro al banco assediato da nuvole di fumo e dall'odor di galenico, ove estrasse un dattiloscritto da lasciare sbalorditi. 
Il dottor d'Anzeo Attilio, presto sagacemente soprannominato "Mennea" (com'è d'uso ribattezzar-enfatizzando chiunque da queste parti) in virtù della paradossale associazione col suo conterraneo primatista mondiale di velocità di cui condivideva per difetto la sveltezza, si era dilettato - ma non senza una certa indignazione sull'oggi - a scrivere un capitolo della storia della tolleranza (e, si capisce, dell'intolleranza), nella Toscana granducale.

Queste righe di presentazione del libro "Il Caso Crudeli" ci giunsero nientemeno che da Leonardo Sciascia il quale - lasciandoci senza fiato - ci inviò, con assoluto atto di liberalità, due pagine sfolgoranti che qui mi appresto a trascrivere.







Non conosco personalmente il dottor d'Anzeo, meridionale della Capitanata trapiantato a Poppi, paese in cui sono stato in un giorno d'estate di circa vent'anni fa e di cui ho vago ricordo. Ma mi è facile immaginarlo, il farmacista dottor d'Anzeo, tra le ottomila e più specialità medicinali che (mi pare) registra la farmacopea italiana: tutte lì, negli scaffali, nelle loro scatole versicolori (...).
Mi è facile immaginarlo un po' infastidito, un po' insofferente di quel meccanico lavoro, un po' nostalgico di quello di una volta: quando le medicine il farmacista le preparava, dosando e combinando quelle sostanze che stavano, etichettate da nomi misteriosi, in quegli splendidi vasi che ora sono oggetti di antiquariato.

Le farmacie dei paesi si somigliano tutte: un tempo, più di ora, a far da circolo; e un po' si somigliano i farmacisti: tranquilli, di apparente indolenza, quasi olimpici; ma attenti alle notizie del paese e del mondo, col gusto di riceverne e darne; e non privi di un segreto o palese dilettarsi in cose che niente hanno a che fare con la farmacopea (...).

Il dottor d'Anzeo, farmacista a Poppi, si è dunque dilettato, ma non senza una certa indignazione sull'oggi, a scrivere un capitolo della storia della tolleranza (e, si capisce, dell'intolleranza), guardando alla Toscana granducale e scoprendo in essa, per i sudditi, il vantaggio del governar poco. E la parola "diletto" io l'adopero nel senso di un'occupazione che, non essendo continua e professionale, resta piacevole e goduta. Quasi un privilegio.


Fin qui Sciascia si "limita" a descrivere il d'Anzeo - farmacista dal fare olimpico - nel suo contesto storico-ambientale, fotografandolo mirabilmente come fossero amici di lungo corso. Poi prosegue, estendendo le considerazioni all'altro personaggio in questione della vicenda Crudeli, Bernardo Tanucci da Stia...



Tanucci, ministro di Carlo III a Napoli, ce l'aveva coi baroni di quel Regno, ma anche coi gesuiti e coi massoni: posizioni che allora, con notevoli effetti, seppe mantenere e che oggi, paradossalmente, sarebbero insostenibili. Ce l'aveva anche, ovviamente, con l'Inquisizione in Sicilia ancora presente: e riuscirà ad abolirla, più tardi, il Viceré Caracciolo che dal Tanucci aveva preso esempio e lunghe ambascerie a Londra e a Parigi avevano maturato nell'idea della tolleranza. Ora del Tanucci il Crudeli era stato discepolo e amico, al punto che ne ebbe l'offerta di accompagnarlo a Napoli, dove la carica di poeta alla corte di Carlo III gli sarebbe stata conferita. E ragione del rifiuto del Crudeli poteva anch'essere, semplicemente, il non voler lasciare Firenze; ma poteva anche essercene un'altra: il suo essere massone, incompatibile con l'avversione alla massoneria di Tanucci. Comunque, che il Crudeli fosse massone non pare si possa dubitare, e addirittura segretario della prima loggia che si era stabilita in Firenze. Ed è da presumere che in quanto massone, a scoraggiare la possibile diffusione della setta e la conseguente crescita del potere che oggi diremmo laico, sia stato incarcerato e processato con accuse piuttosto vaghe di irriverenza, di bestemmia e - dulcis in fundo - di eccitare il popolo a non pagare le tasse. Argomento, quest'ultimo, cui si pensava fosse sensibile il nuovo granduca, il Lorenese Francesco Stefano (...).

Il "governar poco" si era però trasmesso dall'una all'altra dinastia ed era impensabile il "troppo" di un rogo o di una condanna a vita per Tommaso Crudeli. Che passò il suo guaio, da quel tanto di prigione che subì aggravandosi i suoi mali: ma morì a Poppi, nella sua casa. 



Così Leonardo Sciascia conclude la presentazione del "Caso Crudeli" - Persecuzione e Tolleranza nella Toscana Granducale - come una "gradevole" premonizione:



Come oggi qualcuno crede che le lunghe crisi di governo siano di vantaggio all'economia italiana, lasciando più spazio all'inventiva, all'energia che Stendhal vagheggiava negli italiani e insomma all'arte di arrangiarsi, nella Toscana medicea e lorenese il "governar poco" diventava una forma della tolleranza, della libertà: una specie di gradevole penombra, nel secolo dei lumi.


Busto marmoreo di Tommaso Crudeli


Note biografiche:

Tommaso CRUDELI

Nato a Poppi nel Casentino nel 1703, laureatosi a Pisa in giurisprudenza, visse a Firenze dandovi lezioni d'italiano, specialmente agl'Inglesi che vi capitavano. Accusato di appartenere alla Massoneria (importata a Firenze appunto dagli Inglesi), fu arrestato nel 1739 e chiuso nelle carceri dell'Inquisizione: donde uscì, dopo lunga procedura e molte sofferenze, con l'obbligo di restar confinato a Poppi. Morì nel 1745.

I suoi casi furono la cagione prossima dell'abolizione in Toscana dell'Inquisizione.

Le Poesie del Crudeli, stampate la prima volta a Napoli nel 1746, furono proibite dalla congregazione dell'Indice; ma, abolita l'Inquisizione, furono pubblicate nel 1767, seguite due anni dopo da "L'arte di piacere alle donne", opuscolo licenzioso già edito a Lucca nel 1762 con la data di Parigi.

Negli scritti licenziosi, nei mirabili apologhi, che derivano da La Fontaine, nel desiderio di contrapporre alla commedia dell'arte la commedia regolare s'avverte l'imitazione degli scrittori francesi. Tra le sue liriche, nelle quali pare ch'abbia voluto innestare, come dice il Carducci, "la galanteria francese sul tronco del Chiabrera e del Menzini", molto pregio hanno una decina di canzonette e canzoni idilliche, dove il sentimentalismo arcadico è qua e là avvivato, come in "La nuotatrice", da potenti tocchi realistici.

Da:  "Treccani.it", L' Enciclopedia Italiana



Nella lapide di commemorazione, posta sulla facciata del palazzo di famiglia dove il Crudeli spirò, è scritto:

In questa casa morì il 27 marzo 1745
dopo lunga malattia aggravata
dai postumi dei tormenti
del Santo Offitio

il Dottor U. J.
TOMMASO CRUDELI
Poeta e Filosofo

Nel 250° anniversario
NON FIORI
MA PENSIERI E OPERE DI LIBERTA'





Bernardo Tanucci
(Stia in Casentino, Arezzo, 1698 / Napoli 1783)



Il vero comando nel mondo sta nelle braccia; ove son più braccia ivi è la vera potenza. Già si vede che nel popolo son le braccia e il popolo si deve non solamente ben servire dai ministri dalla nobiltà dal Sovrano, ma ancora ben trattare. 

Era questo il bagaglio di cultura giuridica con cui il Tanucci si pose al seguito di Carlo di Borbone. In quel pellegrinare Tanucci si rese conto delle ‘due Italie’: una aveva combattuto e distrutto il sistema feudale, l’altra lo serbava sano e vegeto. Tutto l’impegno ministeriale doveva perciò concentrarsi nel combattere «la mala bestia baronale».


Note biografiche:

Bernardo TANUCCI

Rivestì autorevoli ruoli presso la corte borbonica napoletana, e fu fautore deciso di riforme, più per inclinazioni politiche che per adesione al razionalismo illuministico. Tanucci legò il proprio nome alla lotta anticuriale, che unificò tutte le forze innovatrici. Avversario dell'assolutismo pontificio, fu uno dei principali ispiratori della soppressione dei gesuiti (1773), concordemente voluta da tutte le corti borboniche.

Professore di diritto nell'università di Pisa, sostenne in vari opuscoli (tra il 1728 e il 1731) l'opinione tradizionale della provenienza da Amalfi delle Pandette pisane. In seguito, due sue memorie politico-giuridiche (l'una in favore dell'indipendenza verso l'impero, l'altra contro il diritto di asilo) lo rivelarono a Carlo di Borbone, allora duca di Parma, che lo invitò a seguirlo a Napoli, dove Tanucci fu suo consigliere autorevolissimo: consigliere del Collaterale, divenne poi ministro di Giustizia (1752), e infine ministro degli Esteri e della Casa reale (1754). Quando Carlo passò a regnare in Spagna (1759), Tanucci acquistò una posizione predominante nel governo napoletano, sia durante la reggenza, sia nei primi anni del regno di Ferdinando IV. Non pochi furono gli abusi e i privilegi che egli riuscì a sopprimere nella vita del regno. A lui si deve il trattato austro-napoletano (1759) e la mancata partecipazione della corte borbonica di Napoli al patto di famiglia del 1761. Ma la regina Maria Carolina, mal soffrendo il suo predominio nel governo, riuscì alla fine a sbalzarlo dal potere (1776).


Nell'incantevole piazza dove nacque - a Stia in Casentino - resa curiosamente nota dal film "Il Ciclone" (sic!),
una lastra di marmo lo ricorda lapidariamente.


Scorcio di piazza Bernardo Tanucci a Stia in Casentino (Arezzo)




I destini di questi uomini-illuminati, Crudeli e Tanucci, nella loro seppur distante ma coerente visione del mondo, hanno segnato pagine di straordinaria portata civile e morale. Dopo di loro, il corso della giurisprudenza non è stato più lo stesso e il loro modo di intendere e di sentire ha inciso profondamente sulle vicende di un'Italia prossima a un radicale cambiamento.

Di lì a poco il Tribunale del Sant'Offitio venne bandito e il Granduca di Toscana, il 30 novembre 1786, sotto il regno di Pietro Leopoldo Asburgo Lorena, decretò l'abolizione della tortura e della pena capitale, primo paese civile al mondo ad aver adottato questa risoluzione.
E quella data, corrispondente alla festa della Regione Toscana, sancisce e segna una conquista incomparabile per l'intera umanità!


Ai perseguitati senza storia, d'ogni tempo.

domenica 17 marzo 2013

Il Mestiere di Uomo

"Sognò di vedere una scala
 che poggiava sulla terra,
mentre la sua cima
raggiungeva il cielo"

Genesi (28,10-22)




Correva l'Anno Domini 1202 quando Torello venne al mondo.
Anno di Grazia, si direbbe. 
Due anni prima che Francesco di Assisi ricevesse le Stimmate sul Monte della Verna, Torello da Poppi si spogliava di tutti i suoi beni terreni per abbandonarsi al misterioso "canto di un gallo" che lo avrebbe condotto a mutare radicalmente la sua vita trasformandolo in un altro uomo.

Onde evitare di ricadere nelle stantie celebrazioni agiografiche, fuor di metafora, San Torello - così già in vita considerato dai suoi concittadini, gli abitanti del contado di Poppi in Casentino dove nacque e dal quale rifuggì - scelse l'eremitaggio come strumento di ricerca di se stesso ed elevazione spirituale.
Un uomo "stupefacente" che al giorno d'oggi sarebbe stato riempito di Prozac e inviato al più prossimo distretto sanitario, probabilmente.
A me, di questo Sant' Uomo, piace intuire il lato meno noto, quello meno battuto e apparente, eppure così tanto umanamente attraente: il suo essere festevole, per usare un'espressione dantesca.





Nel dipinto di Jacopo Ligozzi, S. Torello ritratto con "fratello lupo" ai suoi piedi. 


Egli - come San Francesco - attraversò la scena di questo mondo con il passo leggero e saltellante di un fanciullo-poeta-giullare. San Torello amava anche lui atteggiarsi a ragazzo un po' giocherellone e pazzerello, perché non gli capitasse la iattura di prendersi da se stesso o di essere preso dagli altri troppo sul serio. "Servite Domino in laetitia" (servite il Signore nella gioia): 
le parole del Salmo 100 erano, a ben guardare, tenute in gran considerazione da Torello.

Eppure questo aspetto della santità cristiana è rimasto solitamente in ombra. Gli agiografi gli hanno attribuito pochissima importanza. 
Ecco, noi vorremmo rimediare a questa mancanza, che giudichiamo assai grave. 

L'importanza dei bambini, del gioco libero e creativo, della spontaneità e della letizia costituiscono parte integrante e fondamentale della vita umana, senza i quali non!
Ce ne danno testimonianza il pensiero e la vita di Erasmo da Rotterdam nel suo straordinario Elogio della Follia, e ancora il suo amico Tommaso Moro di cui conviene rammentare la smisurata preghiera...


Dammi, o Signore, una buona digestione
e naturalmente anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo
con il buon umore necessario per mantenerla.

Dammi un'anima che non conosca la noia,
i brontolamenti, i sospiri, i lamenti
e fa' che io non mi crucci
per quella cosa troppo ingombrante
che si chiama "io".

Dammi il senso del ridicolo.
Donami la grazia di comprendere gli scherzi
affinché abbia nella vita un po' di gioia
e possa renderne partecipi anche gli altri.

Amen


Siamo anche debitori a Platone e a due grandi spiriti solitari: Eraclito e Nietzsche.
Il filosofo di Efeso, alla fine della vita, ritiratosi nel tempio di Artemide, si mise a giocare a dadi con i fanciulli. Di Nietzsche basti ricordare Così parlò Zaratustra, suo vero capolavoro, il discorso intitolato Delle tre metamorfosi nel quale viene esaltata - da ultimo - la trasformazione in bambino.



Dalla "spelonca" che Torello l'eremita si era costruita nei pressi di Avellaneto, si potevano osservare meglio e col debito distacco le cose del mondo per tener d'occhio e custodire le istanze dello spirito.



Nella società massificata delle parole soffocate dai rumori, del consenso più o meno elegantemente estorto e della delega troppo facile; a quanti hanno terrore del silenzio e, non volendo più pensare ed esaminare, si sono dedicati a moltiplicare le forme del divertissement (...), San Torello addita la coscienza come il luogo, l'unico luogo, in cui l'uomo può trovare le motivazioni di un agire degno di lui.
Così il povero converso di Poppi è in grado di insegnare agli individui della società complessa, smarriti nel dedalo delle specializzazioni sempre più settoriali, il mestiere di cui nessuno può fare a meno e che nessuno più insegna: 
il mestiere di uomo.



Un grazie di cuore a d. Francesco Pasetto che, attraverso "Il Beato Torello da Poppi", ha saputo restituire giustizia a una delle personalità più rilevanti del Medioevo, cogliendo il significato profondo della vicenda terrena e spirituale di un Uomo tra gli uomini.

Con la riconoscenza di San Torello e del lupo.



giovedì 14 marzo 2013

Il Colore del Grano



AMBASCIATORI del BELLO


... Uno sviluppo sostenibile nel Terzo Millennio si deve sposare necessariamente con una rigida scala di priorità. I soldi sono pochi ovunque e le necessità, invece, sono molte ...

Che posizione occupa la BELLEZZA nella scala dei valori dello sviluppo sostenibile?

La nostra vita, piena di numeri e di oggetti di consumo, somiglia alla noiosa caccia delle galline della volpe. Per trovare un significato nuovo alla nostra vita abbiamo bisogno di QUALCOSA che ci faccia INNAMORARE del mondo nel quale viviamo.

Il genio letterario di Saint-Exupéry getta una luce inedita anche nell'analisi del nostro rapporto con la bellezza dell'arte e della cultura. 
Per scoprire il "colore del grano" del Piccolo Principe abbiamo bisogno 
della MEDIAZIONE AFFETTIVA DELL'ARTE. 
Per questo abbiamo bisogno della BELLEZZA.

Nell'epoca della globalizzazione, LA CONSAPEVOLEZZA CULTURALE può restituire la giusta misura ai RITMI della VITA QUOTIDIANA, del lavoro, degli affari, delle relazioni personali, degli affetti. In una fase complessa come quella in cui viviamo, la crescita non può essere più misurata in termini meramente economici ma anche e soprattutto in termini culturali.

(Carlo Nardello)




A significare e rendere testimonianza della BELLEZZA della Vita e nell'Arte, Michelangelo Buonarroti ci ha lasciato la "Sua" mirabile impronta impressa nelle volte della Cappella Sistina,
riconsegnando  all'affresco quello che in origine è scolpito dentro ciascuno di noi.





Il Maestro Michelangelo a Caprese, dove nacque e venne battezzato nel 1475.





Il desiderio di Bellezza
è innato in noi.

La sete di Bellezza è
un bisogno primario da soddisfare
come bere, mangiare, respirare...

Non possiamo rinunciarvi,
pena la nostra stessa vita
che ha fame di Bellezza
come di Pace e di Giustizia.












Avere occhi...


‎"Il problema è avere gli occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio."

(Pier Paolo Pasolini)







lunedì 25 febbraio 2013

Figli delle stelle o... dello spread?



I nostri sentimenti e il nostro senso estetico, risorse essenziali per la produzione creativa, si proiettano nel futuro solo se si rivolgono al bene dell'umanità. Insomma, tutte le funzioni organiche e psichiche si sviluppano in modo sano solo se implicano il sentimento sociale (...).

Forse arriverà un'epoca in cui il sentimento sociale sarà spontaneo per l'uomo come il respiro. Nel frattempo possiamo cercare di comprendere questa evoluzione e insegnarla agli altri. 

Alfred ADLER
"Il senso della vita"






Mi emoziono ogni volta  che penso a Mohandas Gandhi, 
Il Mahatma (che in sanscrito significa Grande Anima).

Pensare che un Uomo del genere abbia davvero calcato questa terra 
mi da' le vertigini, altro che la sindrome di Stendhal!




Come disse E. Drewermann del Nazareno, il Cristo,
io credo che Gandhi sia stato capace di ridare ai "suoi" 
quel sentimento di innocenza originaria 
e infondere il coraggio di credere nella bellezza perduta.
Sia stato, cioè, capace di trasmettere (al suo popolo) 
il desiderio di libertà, di dignità che alberga nel cuore di ogni uomo.

Attraverso il Satyagraha - la lotta nonviolenta resa azione quotidiana -
ha offerto una via di uscita dalla follia all'intera umanità.




Oggi, nel nostro mondo colonizzato dal nulla, deprivato del sogno, oppresso da un potere occulto che ci vorrebbe preda dello spread
un mondo che ha confuso - tra le altre cose - il benessere con il comfort, 
bisogna risvegliare l'alpinista che c'é in noi.

Il Bonatti "delle stelle", se vogliamo tornare a rivederle!!



"Io vi sto chiedendo di combattere!"





"Quando dispero, io ricordo che nel corso di tutta la storia 
la via dell'amore e della verità ha sempre vinto. 
Ci sono stati tiranni, macellai, e per un po' possono sembrare invincibili; 
ma la conclusione è che cadono sempre. 
Riflettici: sempre."

Mohandas Gandhi, Il Mahatma



domenica 27 gennaio 2013

La Stella della Memoria


La Stella della Memoria



Era il 1938 quando, nel nostro Paese, vennero varate le "leggi razziali" 
in ragione delle quali milioni di persone vennero discriminate, perseguitate, torturate e uccise.

Quelle leggi costituiscono una macchia incancellabile 
 e le loro tragiche conseguenze un monito per tutte le generazioni a venire.

La natura stessa delle cose indica ciò che la coscienza reclama: 
l'eguaglianza tra gli uomini.

"Cose uguali ad una stessa cosa sono uguali tra loro"
Euclide  

Esercitare la memoria ed essere vigilanti - senza mai abbassare la guardia -
 è preciso compito di ognuno.

Ce lo ricorda limpidamente
Hannah Arendt ne "La banalità del male"

"... il male può invadere e devastare tutto il mondo
perché cresce in superficie come un fungo. 
Esso sfida il pensiero perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, 
andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla.
Questa è la sua banalità".
"...la mia opinione è che il male non è mai radicale, ma soltanto estremo, 
e non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca".

"Solo il bene ha profondità e può essere integrale."



Nella sua immane tragicità, quel grottesco "manifesto della razza"
ha ispirato una della pagine più (s)drammatiche della comicità di Roberto Benigni.




"Conosco una sola razza: quella umana"
Albert Einstein


lunedì 14 gennaio 2013

VIA DEI MALCONTENTI (già Via della Giustizia)



VIA DEI MALCONTENTI
già Via della Giustizia

Il termine malcontenti, che dà il nome alla strada che collega via delle Casine a Piazza Piave – dietro Santa Croce per chi non fosse pratico di Firenze – non era altro che l’appellativo dato a coloro che la strada la percorrevano per l’ultima volta.
Proprio attraverso questa via infatti, i condannati a morte che uscivano dalle carceri del Bargello e dalle Stinche, raggiungevano l’emblematica Porta della Giustizia, al di fuori della quale veniva montato il patibolo mentre il boia aspettava le prossime vittime.

Con un po’ di immaginazione anche oggi percorrendo Via de Malcontenti potreste rivedere il triste corteo che, arrivato all’incrocio con Via delle Casine si ferma di fronte al Tabernacolo per un’ultima preghiera, mentre alle loro spalle una folla inferocita scalpita per la “giustizia”.

(dal sito www.teladoiofirenze.it)

Allora, ditemi:
quale "giustizia" potrà mai essere una sentenza che decreta la morte?



(...)

Giudici eletti, uomini di legge
noi che danziam nei vostri sogni ancora
siamo l'umano desolato gregge
di chi morì con il nodo alla gola.

Quanti innocenti all'orrenda agonia
votaste decidendone la sorte
e quanto giusta pensate che sia
una sentenza che decreta morte?

(...)

"Tutti Morimmo A Stento"
Recitativo

di
Fabrizio De Andrè