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giovedì 19 giugno 2014

Nascosti giardini




Amo la libertà de' tuoi romiti
vicoli e delle tue piazze deserte,
rossa Pavia, città della mia pace.

Giardini nascosti, Ada Negri



Ma tu continua e perditi, mia vita, 
per le rosse città dei cani afosi
convessi sopra i fiumi arsi dal vento.

Se musica è la donna amata, Mario Luzi





Nei nascosti giardini delle nostre più belle Città, trascurati dalla frenesia e dalla disattenzione, affiorano gioielli d'inaudita bellezza che risplendono presenti e vivi ai nostri occhi, ancora lì per stupirci, rapirci, o semplicemente per rammentarci di dove veniamo.

Ed ecco, svoltato l'angolo, basta alzare lo sguardo che...









Questo racconto per immagini - a mano libera e cuor in mano - prende forma e si trasforma in un viaggio nel tempo e nello spazio, quello appartenente al nostro patrimonio genetico-culturale, di un Paese che nostro malgrado non ha eguali al mondo.

Per poter discorrere di Pavia, millenaria Città di ospitazione, mi sono lasciato andare per i ciottoli delle sue strette vie trapuntate di perle - come San Teodoro - capaci di sedurre, a prima vista, anche il più ossidato viandante.

Per inciso, questa Città, d'impianto romano che si snoda tra cardo e decumano, ha espresso nei secoli una stratificazione di testimonianze storico-artistiche che la rendono unica, per densità e qualità, nel panorama europeo: mi riferisco, in particolare, al più bel percorso romanico che nessun'altra città del Vecchio Continente può vantare.



Veduta di Pavia del 1525 di B. Lanzani, particolari


Storie di San Teodoro, 1514 - Particolari del ciclo di affreschi nel presbiterio





La Chiesa di San Teodoro, eretta nel cuore del centro storico in sostituzione di un precedente edificio del secolo VIII dedicato al culto di S. Agnese, risale al dodicesimo secolo, periodo aureo della Pavia medievale.


Abside
Dettaglio di vetrage


Ma la vera sorpresa arriva scendendo (come una metafora) nella cripta.
Le volte, sostenute da pilastri in pietra calcarea arricchite da capitelli di fattura tardo-romanica, risalgono al XIII secolo e tradiscono una modernità sbalorditiva.










La cosa, però, che lascia senza fiato è l'affresco, sulle volte a vela, con una teoria di angeli musicanti attorno al volto del Cristo. Un'autentica prodezza estetica; uno scialo di bellezza!

Mi piace accarezzare l'idea che Pontormo vi abbia messo mano. L'opera risale all'epoca in cui l'eccentrico fiorentino si faceva "murare" nella Città del Giglio proprio in virtù del suo carattere, riservato fino alla scontrosità, che gli ha impedito di lasciare Firenze. Dunque la cosa è assai improbabile, ma sognar non nuoce!









Saliamo, dunque, a "riveder le stelle".















da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-19308?f=a:3381>



giovedì 5 dicembre 2013

Sotto le Stelle della Signoria



A volte le fortunate convergenze della vita sono così ostinate da lasciarti sbigottito.


Avevo avuto l’opportunità di conoscere Mario Luzi - uno dei Poeti più significativi del Novecento - grazie al Professor Vittorio Vettori che me lo aveva presentato come amico fidato ad un convegno dantesco di cui Vettori era insigne accademico.

Più volte Luzi era stato candidato al Nobel per la Letteratura. Ricordo vividamente il giorno della sua ultima nomination, con le telecamere pronte a filmare lo scoop, sfumata “inspiegabilmente” senza che Lui se ne rammaricasse; noblesse oblige!



Mario Luzi


La sera di chiusura del Maggio Musicale Fiorentino, che per tradizione si svolge sotto le stelle di piazza della Signoria, tra la folla di turisti accalcati per assistere alla Nona di Beethoven diretta dal compianto M° Sinopoli, intravidi la figura di Luzi attraversare la piazza con passo olimpico. Mi venne istintivo di chiamarlo e Lui - garbatamente – mi si fece incontro per ricambiare il saluto.

In quello stesso periodo, Firenze ospitava una mostra di Botero; ogni angolo della piazza, solitamente sorvegliato dal biancone, quella sera era “distratto” dalle ciclopiche, corpulente sculture che l'artista sudamericano hanno reso celebre. 


Infilata su Palazzo Vecchio
La torre di Arnolfo di Cambio

Sullo sfondo la Fontana del Nettuno detta "Biancone"



La piazza era gremita di gente in piedi d’ogni sorta, e l’idea che il Maestro venisse travolto dall’orda degli astanti mi faceva rabbrividire. Feci cenno ad un giovane addetto alla sicurezza della presenza di quell’illustre concittadino, che nella mischia e la distrazione dei più era passato inosservato, prima che venisse travolto e (impunemente) stirato! 



Il Perseo di Benvenuto Cellini (sotto la Loggia dei Lanzi)
 

Finii con l’ascoltare la Nona, appoggiato all’ombra di una statua di Botero, con Mario Luzi al fianco che durante l’esecuzione chiosava con la puntualità di un metronomo. 

L’Inno alla Gioia di quella sera mi si è imparentato come il profilo dei cipressi. 



Dell’uomo rammento il garbo estremo, innato, l’incedere elegante e mai ostentato, la voce flebile tra le labbra tremule, la sua stretta di mano che pareva dire… “arrivederci”.


Di Lui Fabrizio De André aveva un’immensa stima, ricambiata da altrettanta ammirazione. Del loro scambio epistolare conservo intimamente questa lettera che mi pare giusto divulgare “come una svista, come un’anomalia, come una distrazione, come un dovere”.

Eccola. 




Mario Luzi 
vorrei poter dire… 


Sotto le Stelle di piazza della Signoria il Cielo è trapuntato di Note. 
Rallegriamoci, Caro Maestro.
Ci saranno Nuove Stelle a Consolare la Notte 
e Note ancor più Belle a Illuminare il Giorno.

mercoledì 4 dicembre 2013

Alba su Santa Maria del Fiore



Ci sono notti dove c’è elettricità nell’aria

e il sonno non riesce a vincerti.

Come potrebb’essere altrimenti!



Poi, d’improvviso…










È l'alba sulla Cupola e intorno Santa Maria del Fiore / 

Le rondini garriscono e fan festa al sorgere del sole. 


Tutto si ridesta / 


L'Amore che riaccende il giorno / spengendo la lanterna, sale. 

Di luce, di pace. Si tace. 













Ser Filippo Brunelleschi pensò ed eresse la Cupola della Città del Giglio, nota come Santa Maria del Fiore cui è dedicata, tra lo sgomento generale.

Correva l’Anno di Grazia 1420 quando iniziarono i lavori di costruzione di quell’ardito progetto che diverrà paradigma d’ogni architettura a venire.

Narrano le cronache dell’epoca che “gli diedero del grullo”, vale a dire che, ai nostri giorni, sarebbe stato rimpinzato di Prozac e condotto nel più vicino presidio socio-sanitario.

Insomma, lo considerarono matto! 



Presunto ritratto di Filippo Brunelleschi.
Masaccio.  S. Maria del Carmine (Cappella Brancacci), Firenze



Quel “grullo” del Brunelleschi - invece - realizzò, consegnando all’umanità intera tuttora attonita nell’ammirare la “sua” Cupola, un tale prodigio da lasciare sconvolti e imbarazzati. Sì, perché di fronte a tanta bellezza non c’è bisogno della sensibilità di Stendhal per rimanere turbati! (a due passi dal Duomo, in piazza Santa Croce, il celebre scrittore divenne preda di una sorta di vertigine - per “overdose” di bellezza - un disturbo che da lui prese il nome sindrome di Stendhal). 

La Cupola è lì - immobile e muta solo all’apparenza - da più di mezzo Millennio a ricordarci che... 
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.

Se la si osserva a lungo è come un cuore che pulsa, un’ anima che respira e ridà, in chi la cerca, il sentimento della propria innocenza originaria e gli infonde il coraggio di credere nella bellezza perduta.
(come diceva Drewermann del Nazareno). In un certo senso, ci re-infonde Vita!



È, per dimensioni, una delle più imponenti del pianeta e resta la cupola in muratura più grande del mondo, persino più del Pantheon di Roma e del Cupolone di San Pietro in Vaticano, opera di Michelangelo Buonarroti che “prese le misure” proprio dal Brunelleschi.

Il giorno in cui la Fabbrica del Duomo decise di re-illuminarla con un poderoso intervento di restauro, uno tra i Poeti più degni di questo nome (mai abbastanza celebrato), Mario Luzi da Firenze, si lasciò “sfuggire” questa lirica:

Oggi dalla loro oscurità vogliono gli uomini 
dirmi grazie, ed ecco
mi incendiano con i loro fari.
Così apparirò dunque 
più visibile ai sopraggiunti, 
più vista: sarò cercata, 
sarò protesa all'accoglienza 
io stessa, accogliente come devo. 


“Fiore della Fede” 

Mario Luzi visto da Silvano Campeggi



venerdì 8 marzo 2013

La Creazione della Donna



All'inizio Dio creò la terra e si riposò.
Poi creò l'uomo e si riposò.
Poi creò la donna, e da allora né Dio né l'uomo hanno più riposato!




da una novella siciliana di Giuseppe Pitrè
illustrata da Marcella Brancaforte

La Bella dalla Stella d'Oro

(edizioni arianna)





LA CREAZIONE DELLA DONNA
Le scelte dell'uomo in una leggenda africana


Quando il Creatore ebbe creato l'universo, la terra, i pianeti, il sole e la luna, ci pensò un po' su e poi decise di creare l'uomo, anche perché non aveva più nulla da fare.

Allora prese l'argilla che gli era avanzata dopo aver plasmato la terra, la bagnò con la saliva, la impastò e ne fece una figura con mani e piedi.

Ma il Creatore non era soddisfatto: quella statua molliccia rimaneva immobile e aveva un aspetto molto stupido. Allora il Creatore disse:

"Per forza non si muove: non le ho ancora dato la vita!". E soffiò la vita. Così la creatura si mosse, ma il Creatore non era ancora soddisfatto.

"Non deve solo muoversi, deve anche pensare, amare, combattere!". E soffiò nella creatura lo spirito, il sentimento e la volontà. Così venne creato l'uomo.

Passò qualche tempo e l'uomo cominciò a sentirsi solo: quando aveva finito di lavorare i campi o era tornato dalla caccia allora si sedeva davanti al fuoco e guardava il cielo con tristezza. Il Creatore ci pensò un po' su, poi decise che avrebbe dato all'uomo una compagna femmina, perché gli venne in mente che maschio e femmina insieme erano una cosa buona. Ma l'argilla era finita. Allora il Creatore si guardò intorno e prese un pizzico di qua e di là, una manciata a destra e una a sinistra, raccogliendo il profumo dei fiori, il calore del raggio di sole, la freschezza dell'erba, l'ostinazione della pietra, la risata della iena, il canto dell'usignolo, la morbidezza delle piume dello struzzo, lo sguardo della gazzella, la sinuosità del cobra, la dolcezza del miele, la vanità del pavone, la freddezza del diamante, l'abbraccio della liana, la chiacchiera del vento, l'instabilità delle nuvole, la ferocia del leopardo, la timidezza del cucciolo, la cattiveria della tempesta, la gioia della primavera, l'ardore del fuoco e il gelo del ghiaccio, la rabbia del vulcano e la calma della marea. Poi mise insieme tutto quello che aveva raccolto e lo mescolò, facendone una farina soffice da impastare. E venne fuori la donna, a cui il Creatore infuse la vita: e ne fu soddisfatto. Poi si ritirò sopra le nuvole, convinto di aver fatto una cosa buona.

Passò un mese e l'uomo chiamò Dio, rivolgendosi al cielo e dicendogli, arrabbiato: "Signore, riprenditi la donna perché ne ho davvero abbastanza! La mia pazienza non è grande come la tua: la donna che mi hai dato continua a parlare, mi sorride e poi mi fa il muso. È una lamentela continua, ride e poi piange, è triste poi è contenta, dice una cosa e poi il suo contrario, insomma non ne posso più. Ho bisogno di tranquillità e di silenzio: preferisco stare solo. Fammi il favore, riprenditela, perché con lei non posso vivere." Dio, che era previdente, non disse nulla e riprese la donna con sé.

Dopo un altro mese, l'uomo invocò il Creatore: "Signore, che stupido sono stato! Quanto mi pesa la solitudine! Quando lei girava per casa cantando il sole brillava nella nostra capanna. Adesso tutto è diventato freddo e triste. Ti prego, ridammi la donna, perché senza di lei non posso vivere." Dio, che era previdente, non disse nulla, e gli ridiede la donna.

Passò ancora un altro mese e l'uomo si inginocchiò nella savana invocando il Creatore: "Signore, abbi molta pazienza con me. Ogni volta che penso di aver fatto la cosa giusta, mi accorgo che ho sbagliato. Riprenditi la donna, perché mi ha fatto ancora impazzire: prima è contenta e mi accarezza, poi diventa una belva e mi tira addosso i carboni accesi. Cambia umore ogni volta che gira il vento e la mia vita è diventata un inferno." E il Creatore gli disse: "Uomo, se questa volta la riprendo non la vedrai mai più. Sappi che questa è la tua ultima opportunità: vuoi vivere con la donna o senza la donna?".

L'uomo alzò le braccia al cielo e piangendo implorò: "Signore aiutami, perché non so più cosa fare. Con la donna la mia vita è impossibile, ma senza la donna la mia vita è ugualmente impossibile."

E questa è la condizione dell'uomo.







(Se musica è la donna amata) 


Ma tu continua e perditi, mia vita, 
per le rosse città dei cani afosi
convessi sopra i fiumi arsi dal vento.
Le danzatrici scuotono l'oriente
appassionato, effondono i metalli
del sole le veementi baiadere.
Un passero profondo si dispiuma
sul golfo ov'io sognai la Georgia:
dal mare (una viola trafelata
nella memoria bianca di vestigia)
un vento desolato s'appoggiava
ai tuoi vetri con una piuma grigia
e se volevi accoglierlo una bruna
solitudine offesa la tua mano
premeva nei suoi limbi odorosi
d'inattuate rose di lontano.

Mario Luzi




Luzi visto da "Nano" Campeggi

venerdì 11 gennaio 2013

Fiore della fede



> Alba su Santa Maria del Fiore <


(...)

Sono qui nel nome di Maria,
fiore delle chiese di Firenze
ferma nella sua storia e nel suo amore
che anche il disamore non disdice.
Mi scopro talune volte nuda
e deserta in mezzo alla città.
Su me sono la luna
o il sole: tutto l'altro del mondo non si vede,
ma è in me, in me vive, in me cuoce.
Ho rischiarato i tempi
umani e le passioni loro.
Oggi dalla loro oscurità vogliono gli uomini
dirmi grazie, ed ecco
mi incendiano con i loro fari.
Così apparirò dunque
più visibile ai sopraggiunti,
più vista: sarò cercata,
sarò protesa all'accoglienza
io stessa, accogliente come devo.

Mario Luzi