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domenica 22 novembre 2020

Abbandonarsi alla vita



 La semplicità è molto di più dell'accettazione di sé. Significa essere con se stessi, con infinita benevolenza.
"Sulla semplicità" di Alexandre Jollien

 

Capperi, su muro a secco


 

Questa immagine che ho impresso nell'obiettivo risale ad una sosta di cammino in Casentino, un luogo al confine (e di confine) nella più apocrifa e riposta Terra di Toscana.

E mi aiuta a ricordare quello che scriveva in "Umano, troppo umano" - a proposito della semplicità - un insolito Nietzsche: Un modo di vivere semplice è oggi difficile: c'è bisogno per esso di molta più riflessione e inventiva che persone anche molto valenti non abbiano. È complicato essere semplice, sembra dire! È complicato restare nudi di fronte alla vita, rincara la dose Alexandre Jollien. "Tutto avviene come se la nostra mente lavorasse dal mattino alla sera a complicare l'esistenza, a fare paragoni, ad attendere circostanze che non arriveranno mai, a rimpiangere un passato che è passato per sempre. Condurre una vita semplice significa abbandonarsi a tutto.”

Insomma, la mente si dà da fare per creare problemi dove non ce ne sono! Così conclude e ci indica Jollien: "Cominciare una vita semplice significa domandarsi che cos'è centrale nella propria vita: i problemi, le irritazioni, le tensioni? E poi vivere, semplicemente. La semplicità è molto di più dell'accettazione di sé. Significa essere con se stessi, con infinita benevolenza.

Cercare la semplicità, l'abbandono, la gioia che sono già dentro di noi. La felicità, dunque! 


venerdì 8 gennaio 2016

GIOTTO dei Miracoli




Credette Cimabue ne la pittura 
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, 
sì che la fama di colui è scura.

"Divina Commedia" - Purgatorio, Canto XI



Quel che è certo di Giotto è la data della dipartita, l'otto di gennaio del 1337 e il luogo: la "sua" Firenze.
Tutto il resto, a partire dal giorno della nascita, appartiene al mistero. Può sembrare strano a prima vista ma, per quanto sia stato uno tra i più studiati e celebrati pittori di tutti i tempi, la sua vicenda è tutt'altro che chiusa.

Giotto di Bondone - forse diminutivo di Ambrogio o Angiolo - comunemente conosciuto  come Giotto (Vespignano nel Mugello, 1267 circa - Firenze, 8 gennaio 1337) è stato molto di più del pittore-architetto che tutti conosciamo. Ancora prima di Leonardo Da Vinci, Egli ha profondamente rivoluzionato l’arte italiana, rendendola moderna, abbandonando lo stile bizantino e riscoprendo i modelli dell’antichità classica e romana. Giotto ha rappresentato con la pittura quello che Dante Alighieri ha fatto con la lingua italiana: ha precorso la Storia, unificando - culturalmente - l'Italia!



Ma la cosa curiosa è come sia riuscito, ancora giovanissimo (appena ventenne), a infrangere l'adagio evangelico "nemo propheta acceptus est in patria sua" proprio nella Città del Giglio, famosa per essere la tomba de' pittori vivi! Il suo precocissimo, prodigioso talento s'è trasformato prestissimo in "talenti". Fama e "fiorini", gloria e ricchezza lo hanno accompagnato parimenti alla meraviglia che ha saputo donarci e di cui ancora ci ricolma.




Altra unicità, della singolare vicenda umana del "nostro", pare sia stata la famiglia, numerosa, solida e unita come rarissimamente è accaduto nella storia dell'Arte. Insomma: "A chi ha sarà dato...", e a Giotto la "Grazia" non ha fatto sconti!

C'è un altro aspetto a mio giudizio ancora poco indagato e assai interessante: quello riguardante il Suo spiccato senso dell'umorismo e dell'autoironia, dote che rileva e sottolinea la sua capacità di introspezione dell'animo umano fino agli esiti più profondi e inquietanti della nostra condizione terrena (a tutt'oggi i suoi virtuosismi pittorici sono oggetto di sperticate battute di stampo boccaccesco-vernacolare!).


Giotto, come pochi altri, ha saputo cogliere il dolore e la dolcezza, la tenerezza e la tristezza, creando un ponte privilegiato tra il Cielo e la terra. Un po' come la scala nel Genesi:

"Sognò di vedere una scala
che poggiava sulla terra,
mentre la sua cima
raggiungeva il cielo"


Particolarmente toccante è l'attenzione di Giotto verso "La Vergine": una vertigine d'inenarrabile meraviglia!


Giotto, Polittico di Santa Reparata, 1310 ca., recto - dalla Cattedrale di Santa Maria del Fiore (Firenze) - Firenze, Opera di Santa Maria del Fiore - foto Nicolò Orsi Battaglini


Giotto, Polittico di Santa Reparata, 1310 ca., verso - dalla Cattedrale di Santa Maria del Fiore (Firenze) - Firenze, Opera di Santa Maria del Fiore - foto Nicolò Orsi Battaglini


Della mostra a Lui dedicata a Milano, allestita nelle sale di Palazzo Reale, dal titolo "Giotto, l'Italia", mi garba - per usare un termine tanto caro a noialtri toscani - di condividere alcune delle meraviglie su tavola (riunite ed esposte eccezionalmente per l'occasione) che qui di seguito merita ammirare. È uno scialo di bellezza che ci accompagna e ci consola: un privilegio da custodire nel profondo del cuore.


Giotto, Dio Padre in trono (particolare), 1303-05 ca. - dalla cappella degli Scrovegni, Padova, Musei Civici di Padova, Museo d’arte medievale e moderna


Giotto, Polittico Stefaneschi (particolare)



Giotto, Polittico Stefaneschi, verso, secondo decennio del Trecento - dalla Basilica di San Pietro, Città del Vaticano, Musei Vaticani - Servizio Fotografico dei Musei Vaticani.

Giotto, Polittico Stefaneschi, recto, secondo decennio del Trecento - dalla Basilica di San Pietro, Città del Vaticano, Musei Vaticani - Servizio Fotografico dei Musei Vaticani.





Giotto, Polittico Baroncelli, 1330 ca. - dalla Basilica di Santa Croce, cappella Baroncelli (Firenze) 


Giotto, Polittico di Bologna, 1332-34 ca. - dalla Rocca di Galliera (Bologna), Bologna, Pinacoteca Nazionale

giovedì 9 ottobre 2014

"Piazza Grande" d'Arezzo: un prodigio!


« Giorgio, s'i'ho nulla di buono nell'ingegno, egli è venuto dal nascere nella sottilità dell'aria del vostro paese d'Arezzo »


(Michelangelo Buonarroti)




"Piazza Grande" ad Arezzo è - senza ombra di dubbio - una delle più belle d'Italia, ergo... merita assolutamente d'essere considerata tale, "grande", o meglio, un prodigio! 


Piazza Grande (vista dal pozzo)



Il suo impianto medievale venne, in epoca rinascimentale, nobilitato da Giorgio Vasari (1511-1574) a cui è dedicata. 

L'intervento architettonico del Vasari, di un ardimento fuor di misura, modificò il prospetto scenico e urbanistico della piazza dotandola di una tribuna di stupefacente eleganza. L'autore de "Le Vite" (a tuttora il più affidabile trattato di storia dell'arte) ci ha lasciato traccia della sua genialità di architetto e d'artista a tutto tondo proprio nella sua terra natale, contribuendo sensibilmente a rendere il centro storico di Arezzo uno dei più straordinari al mondo.

La Colonna e lo storico Tribunale
Dal pozzo, scorcio del loggiato vasariano
Scorcio frontale del loggiato del Vasari, dall'abside della Pieve di Santa Maria


L'edificio, progettato nel 1573, fu terminato nel 1595 sotto la direzione di Alfonso Parigi (il Vasari morì nel 1574). Ad ogni buon conto, questo palazzo è considerato l’architettura più bella, compiuta e riuscita del grande aretino.


Dal centro di Piazza Grande



Rivolgendosi a Lui, disse Michelangelo Buonarroti

« Giorgio, s'i'ho nulla di buono nell'ingegno, egli è venuto dal nascere nella sottilità dell'aria del vostro paese d'Arezzo »

Il busto marmoreo dedicato a Giorgio Vasari
Infilata delle logge vasariane




Quando Roberto Benigni scelse Arezzo per girare le scene più romantiche de "La Vita è Bella", non lo fece casualmente. 
Ritornare nella sua terra d'origine (Benigni è nato a Misericordia, una frazione di poche anime nel comune di Castiglion Fiorentino che - suonerà strano - è in provincia di Arezzo) è stato un naturale omaggio ad un "set da Oscar", teatro delle riprese dell'intero primo tempo del suo più celebrato film.




Rendere testimonianza ad una Città come Arezzo (per me) sorge spontaneo. 

Quando cominceremo davvero ad accorgerci del valore inestimabile del nostro patrimonio culturale e a farlo fruttificare come merita?

lunedì 6 ottobre 2014

"Francesco"




"I combattimenti difficili vengono riservati solo a chi ha 
un coraggio esemplare"

(Francesco d'Assisi, in Tommaso da Celano)



"Francesco" di Gino Covili, pittore di Pavullo nel Frignano, remoto entroterra dell'Appennino modenese, è il più "primitivo", autentico e audace ciclo pittorico contemporaneo riguardante il Santo di Assisi.



La predica agli uccelli



Nell'estate del 1999 dedicammo una mostra monografica alla figura di Francesco di Assisi attraverso le opere (in tutto oltre una settantina) di questo singolare artista dell'umanità derelitta: Covili, appunto. La allestimmo nelle sale del castello dei Conti Guidi di Poppi in Casentino, in provincia di Arezzo, proprio dirimpetto alla Verna dove il Santo ricevette le stimmate nel 1224.


Pace con frate lupo


Lo rammento come uno dei momenti più coinvolgenti, e al contempo carichi di significato umano prima che professionale, l'incontro con la personalità che meglio d'ogni altra avrebbe dato senso alla più radicale scelta di spoliazione evangelica, che Covili era riuscito ad esprimere in maniera tanto manifesta.



I disegni e le tavole su San Francesco, di cui ripropongo qui tre opere "colossali" eseguite tra il 1992 e il '93, possono essere considerati molto di più di un semplice ex-voto offerto a seguito di una vicenda drammatica felicemente conclusa. Gino Covili sa cogliere e trasmettere la personalità del Santo e il rovesciamento di valori operato dalla sua "scandalosa" imitazione del Cristo; restando fedele al suo straordinario linguaggio figurativo, Covili è riuscito nell'ardua impresa di cogliere i sentimenti più segreti e arditi del messaggio francescano.



Madre terra

(Le immagini sono tratte dal catalogo "Francesco", dedicato al ciclo pittorico di Gino Covili, edito da Rizzoli)

sabato 8 febbraio 2014

BUGATTI, la Divina.

Universalmente riconosciute come le più belle auto mai costruite al mondo, le Bugatti incarnano il germe della nostrana genialità applicata all'estetica di cui rappresentano l'assoluto vertice, mai più ripetibile.

I tempi e le condizioni storiche e personali hanno permesso all'alchimista della meccanica, Ettore Bugatti, di sfoderare esemplari di una tale eleganza che a stento sembrano realmente esistiti.

La parabola fulminea di questo gentiluomo dell'automobilismo d'arte è stata segnata da invenzioni che ricordano i grandi del jazz, della pittura, la scultura, il cinema, con quel tocco di leggendaria follia riservata più spesso alle pagine della letteratura del Novecento.

Ettore Bugatti era figlio d'arte, manco a dirlo.
Dal suo cilindro ha estratto il meglio di quanto un uomo del suo tempo e del suo stato potesse esprimere. Il talento misto ad un avveniristico, visionario ardimento, gli hanno permesso di donare al mondo quei capolavori del vento, le mitiche Bugatti, che ancora sentiamo sfrecciare dai recessi più limpidi della memoria. Capaci di travolgerti, riaffiorano come il profumo di lavanda allaga gli occhi, riempiendoli d'inusitato desiderio. Sentimenti che non si prestano a nessun'altra declinazione che non sia la passione, il gusto, la sfida per il bello a qualunque costo.




E quella sfida Bugatti l'ha vissuta, fino in fondo. La vita, con i suoi bizzarri, imperscrutabili mulinelli lo ha poi travolto, lui stesso, negli affetti più cari, quasi a vendicarsi di un uomo che si era avventurato a sfidarla dimentico della comune, fragile essenza di ogni umana cosa.

Per celebrarne il genio, srotolo la pellicola dei ricordi più belli, quando, girovagando per il Belpaese, mi succedeva sovente di incontrare le sue creature da dietro un tornante o, come una visione,  tra le piazze affollate di gente stordita al passaggio di quei capolavori che hanno contribuito a identificare l'Italia il Paese più elegante del mondo.

p.s.: questa "sfilata di foto", tratta dall' International Meeting 2002 in Toscana, è un gesto semplice di sincera riconoscenza e gratitudine.


A Ettore Bugatti,
l'alchimista della meccanica.









Raduno Internazionale Bugatti - Arezzo, P.zza Vasari, 2002











giovedì 16 gennaio 2014

Uomini dei Lumi


"Chi è un persecutore? È un uomo il cui orgoglio ferito e il cui furibondo fanatismo istigano il principe o i magistrati contro gente innocente, che non ha altra colpa che quella di non pensare come lui". 

Voltaire
(Dizionario Filosofico)




Il Settecento, comunemente definito il Secolo dei Lumi, ha partorito personalità di indubbia caratura intellettuale. Tra queste spiccano due miei illustri-illuminati concittadini casentinesi, personaggi meno noti, ma degni del più assoluto rispetto: Bernardo Tanucci, il Viceré di Napoli, ed il poeta Tommaso Crudeli
Due uomini di cui il destino ha incrociato le traiettorie e che hanno lasciato una traccia incancellabile e inconfondibile, come le loro storie che - come minimo gesto di giustizia - desidero divulgare. 
Le loro vite - così contigue ma tutt'altro che prossime per temperamento e vocazione - hanno da dirci e indicarci ancora molte cose, a noi discendenti del "Secol superbo e avaro che predica(va) filantropia e pratica egoismo!"

Correva l'anno 1988 quanto il dottor d'Anzeo, di stanza nella locale farmacia di Poppi in Casentino, riemerse tra ricette e scartoffie, da dietro al banco assediato da nuvole di fumo e dall'odor di galenico, ove estrasse un dattiloscritto da lasciare sbalorditi. 
Il dottor d'Anzeo Attilio, presto sagacemente soprannominato "Mennea" (com'è d'uso ribattezzar-enfatizzando chiunque da queste parti) in virtù della paradossale associazione col suo conterraneo primatista mondiale di velocità di cui condivideva per difetto la sveltezza, si era dilettato - ma non senza una certa indignazione sull'oggi - a scrivere un capitolo della storia della tolleranza (e, si capisce, dell'intolleranza), nella Toscana granducale.

Queste righe di presentazione del libro "Il Caso Crudeli" ci giunsero nientemeno che da Leonardo Sciascia il quale - lasciandoci senza fiato - ci inviò, con assoluto atto di liberalità, due pagine sfolgoranti che qui mi appresto a trascrivere.







Non conosco personalmente il dottor d'Anzeo, meridionale della Capitanata trapiantato a Poppi, paese in cui sono stato in un giorno d'estate di circa vent'anni fa e di cui ho vago ricordo. Ma mi è facile immaginarlo, il farmacista dottor d'Anzeo, tra le ottomila e più specialità medicinali che (mi pare) registra la farmacopea italiana: tutte lì, negli scaffali, nelle loro scatole versicolori (...).
Mi è facile immaginarlo un po' infastidito, un po' insofferente di quel meccanico lavoro, un po' nostalgico di quello di una volta: quando le medicine il farmacista le preparava, dosando e combinando quelle sostanze che stavano, etichettate da nomi misteriosi, in quegli splendidi vasi che ora sono oggetti di antiquariato.

Le farmacie dei paesi si somigliano tutte: un tempo, più di ora, a far da circolo; e un po' si somigliano i farmacisti: tranquilli, di apparente indolenza, quasi olimpici; ma attenti alle notizie del paese e del mondo, col gusto di riceverne e darne; e non privi di un segreto o palese dilettarsi in cose che niente hanno a che fare con la farmacopea (...).

Il dottor d'Anzeo, farmacista a Poppi, si è dunque dilettato, ma non senza una certa indignazione sull'oggi, a scrivere un capitolo della storia della tolleranza (e, si capisce, dell'intolleranza), guardando alla Toscana granducale e scoprendo in essa, per i sudditi, il vantaggio del governar poco. E la parola "diletto" io l'adopero nel senso di un'occupazione che, non essendo continua e professionale, resta piacevole e goduta. Quasi un privilegio.


Fin qui Sciascia si "limita" a descrivere il d'Anzeo - farmacista dal fare olimpico - nel suo contesto storico-ambientale, fotografandolo mirabilmente come fossero amici di lungo corso. Poi prosegue, estendendo le considerazioni all'altro personaggio in questione della vicenda Crudeli, Bernardo Tanucci da Stia...



Tanucci, ministro di Carlo III a Napoli, ce l'aveva coi baroni di quel Regno, ma anche coi gesuiti e coi massoni: posizioni che allora, con notevoli effetti, seppe mantenere e che oggi, paradossalmente, sarebbero insostenibili. Ce l'aveva anche, ovviamente, con l'Inquisizione in Sicilia ancora presente: e riuscirà ad abolirla, più tardi, il Viceré Caracciolo che dal Tanucci aveva preso esempio e lunghe ambascerie a Londra e a Parigi avevano maturato nell'idea della tolleranza. Ora del Tanucci il Crudeli era stato discepolo e amico, al punto che ne ebbe l'offerta di accompagnarlo a Napoli, dove la carica di poeta alla corte di Carlo III gli sarebbe stata conferita. E ragione del rifiuto del Crudeli poteva anch'essere, semplicemente, il non voler lasciare Firenze; ma poteva anche essercene un'altra: il suo essere massone, incompatibile con l'avversione alla massoneria di Tanucci. Comunque, che il Crudeli fosse massone non pare si possa dubitare, e addirittura segretario della prima loggia che si era stabilita in Firenze. Ed è da presumere che in quanto massone, a scoraggiare la possibile diffusione della setta e la conseguente crescita del potere che oggi diremmo laico, sia stato incarcerato e processato con accuse piuttosto vaghe di irriverenza, di bestemmia e - dulcis in fundo - di eccitare il popolo a non pagare le tasse. Argomento, quest'ultimo, cui si pensava fosse sensibile il nuovo granduca, il Lorenese Francesco Stefano (...).

Il "governar poco" si era però trasmesso dall'una all'altra dinastia ed era impensabile il "troppo" di un rogo o di una condanna a vita per Tommaso Crudeli. Che passò il suo guaio, da quel tanto di prigione che subì aggravandosi i suoi mali: ma morì a Poppi, nella sua casa. 



Così Leonardo Sciascia conclude la presentazione del "Caso Crudeli" - Persecuzione e Tolleranza nella Toscana Granducale - come una "gradevole" premonizione:



Come oggi qualcuno crede che le lunghe crisi di governo siano di vantaggio all'economia italiana, lasciando più spazio all'inventiva, all'energia che Stendhal vagheggiava negli italiani e insomma all'arte di arrangiarsi, nella Toscana medicea e lorenese il "governar poco" diventava una forma della tolleranza, della libertà: una specie di gradevole penombra, nel secolo dei lumi.


Busto marmoreo di Tommaso Crudeli


Note biografiche:

Tommaso CRUDELI

Nato a Poppi nel Casentino nel 1703, laureatosi a Pisa in giurisprudenza, visse a Firenze dandovi lezioni d'italiano, specialmente agl'Inglesi che vi capitavano. Accusato di appartenere alla Massoneria (importata a Firenze appunto dagli Inglesi), fu arrestato nel 1739 e chiuso nelle carceri dell'Inquisizione: donde uscì, dopo lunga procedura e molte sofferenze, con l'obbligo di restar confinato a Poppi. Morì nel 1745.

I suoi casi furono la cagione prossima dell'abolizione in Toscana dell'Inquisizione.

Le Poesie del Crudeli, stampate la prima volta a Napoli nel 1746, furono proibite dalla congregazione dell'Indice; ma, abolita l'Inquisizione, furono pubblicate nel 1767, seguite due anni dopo da "L'arte di piacere alle donne", opuscolo licenzioso già edito a Lucca nel 1762 con la data di Parigi.

Negli scritti licenziosi, nei mirabili apologhi, che derivano da La Fontaine, nel desiderio di contrapporre alla commedia dell'arte la commedia regolare s'avverte l'imitazione degli scrittori francesi. Tra le sue liriche, nelle quali pare ch'abbia voluto innestare, come dice il Carducci, "la galanteria francese sul tronco del Chiabrera e del Menzini", molto pregio hanno una decina di canzonette e canzoni idilliche, dove il sentimentalismo arcadico è qua e là avvivato, come in "La nuotatrice", da potenti tocchi realistici.

Da:  "Treccani.it", L' Enciclopedia Italiana



Nella lapide di commemorazione, posta sulla facciata del palazzo di famiglia dove il Crudeli spirò, è scritto:

In questa casa morì il 27 marzo 1745
dopo lunga malattia aggravata
dai postumi dei tormenti
del Santo Offitio

il Dottor U. J.
TOMMASO CRUDELI
Poeta e Filosofo

Nel 250° anniversario
NON FIORI
MA PENSIERI E OPERE DI LIBERTA'





Bernardo Tanucci
(Stia in Casentino, Arezzo, 1698 / Napoli 1783)



Il vero comando nel mondo sta nelle braccia; ove son più braccia ivi è la vera potenza. Già si vede che nel popolo son le braccia e il popolo si deve non solamente ben servire dai ministri dalla nobiltà dal Sovrano, ma ancora ben trattare. 

Era questo il bagaglio di cultura giuridica con cui il Tanucci si pose al seguito di Carlo di Borbone. In quel pellegrinare Tanucci si rese conto delle ‘due Italie’: una aveva combattuto e distrutto il sistema feudale, l’altra lo serbava sano e vegeto. Tutto l’impegno ministeriale doveva perciò concentrarsi nel combattere «la mala bestia baronale».


Note biografiche:

Bernardo TANUCCI

Rivestì autorevoli ruoli presso la corte borbonica napoletana, e fu fautore deciso di riforme, più per inclinazioni politiche che per adesione al razionalismo illuministico. Tanucci legò il proprio nome alla lotta anticuriale, che unificò tutte le forze innovatrici. Avversario dell'assolutismo pontificio, fu uno dei principali ispiratori della soppressione dei gesuiti (1773), concordemente voluta da tutte le corti borboniche.

Professore di diritto nell'università di Pisa, sostenne in vari opuscoli (tra il 1728 e il 1731) l'opinione tradizionale della provenienza da Amalfi delle Pandette pisane. In seguito, due sue memorie politico-giuridiche (l'una in favore dell'indipendenza verso l'impero, l'altra contro il diritto di asilo) lo rivelarono a Carlo di Borbone, allora duca di Parma, che lo invitò a seguirlo a Napoli, dove Tanucci fu suo consigliere autorevolissimo: consigliere del Collaterale, divenne poi ministro di Giustizia (1752), e infine ministro degli Esteri e della Casa reale (1754). Quando Carlo passò a regnare in Spagna (1759), Tanucci acquistò una posizione predominante nel governo napoletano, sia durante la reggenza, sia nei primi anni del regno di Ferdinando IV. Non pochi furono gli abusi e i privilegi che egli riuscì a sopprimere nella vita del regno. A lui si deve il trattato austro-napoletano (1759) e la mancata partecipazione della corte borbonica di Napoli al patto di famiglia del 1761. Ma la regina Maria Carolina, mal soffrendo il suo predominio nel governo, riuscì alla fine a sbalzarlo dal potere (1776).


Nell'incantevole piazza dove nacque - a Stia in Casentino - resa curiosamente nota dal film "Il Ciclone" (sic!),
una lastra di marmo lo ricorda lapidariamente.


Scorcio di piazza Bernardo Tanucci a Stia in Casentino (Arezzo)




I destini di questi uomini-illuminati, Crudeli e Tanucci, nella loro seppur distante ma coerente visione del mondo, hanno segnato pagine di straordinaria portata civile e morale. Dopo di loro, il corso della giurisprudenza non è stato più lo stesso e il loro modo di intendere e di sentire ha inciso profondamente sulle vicende di un'Italia prossima a un radicale cambiamento.

Di lì a poco il Tribunale del Sant'Offitio venne bandito e il Granduca di Toscana, il 30 novembre 1786, sotto il regno di Pietro Leopoldo Asburgo Lorena, decretò l'abolizione della tortura e della pena capitale, primo paese civile al mondo ad aver adottato questa risoluzione.
E quella data, corrispondente alla festa della Regione Toscana, sancisce e segna una conquista incomparabile per l'intera umanità!


Ai perseguitati senza storia, d'ogni tempo.

venerdì 10 gennaio 2014

Le Radici e le Foglie



"Il grado di civiltà di un popolo
è in ragione diretta col suo amore
per le opere d'arte"

(Massimo D'Azeglio)


Questa "massima"  il mio caro amico Alfonso Batistoni l'aveva presa alla lettera!

Mi si presentò, un giorno d'inverno, bussando timidamente alla porta dello studio: correva l'Anno Domini 1991, appena il secolo scorso. Quell'uomo dal fare così modesto e silenzioso aveva in serbo... e tutta l'aria di chi è in procinto di svelare segreti non più contenibili, come chi - nascostamente - riesce a custodirli nel suo cuore da troppo tempo.

Quell'uomo, all'apparenza tanto dimesso e schivo, mi stava porgendo il lavoro di un'intera vita di ricerca amorevole sulla passione che lo animava: l'Arte, non disgiunta dalla fede che l'Arte disvela!

Impiegai dei mesi per dare una veste e venirne a capo di quella ricerca che aveva "fruttato" lungo il corso di decenni passati a setacciare un patrimonio inestimabile, sedimentato nelle pieghe della più nascosta e autentica terra di Toscana: il Casentino. E la porta d'ingresso a tanta meraviglia non potevano che essere le Pievi romaniche, pietre risonanti di una storia millenaria. 

Quell'opera mi coinvolse a tal punto che ancora provo un'emozione e una gratitudine così profonda, una gioia pari solo alla riconoscenza che si sente quando la passione prende il sopravvento e il condividerla è giusto compimento. Come l'amicizia, che tra noi sbocciò e fiorì nel corso della stesura del volume: 
I Pivieri dell'Alto Casentino.





 Di questa remota terra di confino, il Batistoni aveva colto l'anima più profonda rendendo finalmente giustizia e testimonianza alla sua terra natia. Un luogo, il Casentino, cioè la più alta Valle dell'Arno, che Alfonso aveva riletto attraversandone la storia dalla sua porta d'ingresso principale: l'immenso patrimonio storico-artistico del nostro Paese.

A ben guardare, l'Italia è innanzitutto fatta di Borghi, Castelli, piccole Città murate che custodiscono una ricchezza senza eguali al mondo e che rappresentano la nostra identità storica e culturale.

Il termine "apocrifo" sembra mutuato a proposito: il significato intimo della parola risiede nel concetto di "segreto", "nascosto", come l'anima dei centri che abitano e animano l'Italia o la animerebbero se non fossero dimenticati!

Le Pievi romaniche sono la porta d'ingresso e la chiave di lettura di questa immensa eredità. 
Che si tratti della diocesi di Fiesole sotto la quale l'alto Casentino soggiace, o il percorso romanico più stupefacente d'Europa - quello di Pavia - la regola resta la stessa: è nelle pieghe nascoste delle nostre vene che dobbiamo attingere.

La Pieve di S. Maria Assunta, Stia (Ar). Disegno di Alfredo Cifariello, allievo di Pietro Annigoni.


Capitelli romanici, XI-XII secolo.


Madonna col Bambino. Terracotta invetriata di Andrea Della Robbia (1437-1528)

Annunciazione. Trittico di Bicci di Lorenzo (1414) - dal Fonte battesimale -

Così Batistoni descrive questo autentico capolavoro:

L'arte (di Bicci) è piena di dolcezza trecentesca gradita, che piaceva più di quella dei pittori legati alle forme arcaiche giottesche e dei pittori più avanzati dell'inizio del '400. In un periodo in cui i nuovi modelli raffinati del gotico internazionale o fiorito si diffondevano in Firenze già da un decennio, per opera di un gruppo di artisti aggiornati ed evoluti, Bicci di Lorenzo si cura poco della nuova corrente. (...) Le linee, piacevoli e garbate non sono morbide e modulate, tuttavia... la graziosa figura dell'Angelo piena di timida apprensione, ispira un senso di devota intimità da quelle note di tenue colore.


Scorcio del campanile della Pieve di Stia
Stia, p.zza Bernardo Tanucci tra i colori dell'imbrunire
P.zza Tanucci: spegnitorcia con Croce risalente al 1600.
Dettaglio dal loggiato della piazza di Stia.

Se le radici reclamano la loro parte, anche le foglie vogliono il loro posto!


giovedì 5 dicembre 2013

Sotto le Stelle della Signoria



A volte le fortunate convergenze della vita sono così ostinate da lasciarti sbigottito.


Avevo avuto l’opportunità di conoscere Mario Luzi - uno dei Poeti più significativi del Novecento - grazie al Professor Vittorio Vettori che me lo aveva presentato come amico fidato ad un convegno dantesco di cui Vettori era insigne accademico.

Più volte Luzi era stato candidato al Nobel per la Letteratura. Ricordo vividamente il giorno della sua ultima nomination, con le telecamere pronte a filmare lo scoop, sfumata “inspiegabilmente” senza che Lui se ne rammaricasse; noblesse oblige!



Mario Luzi


La sera di chiusura del Maggio Musicale Fiorentino, che per tradizione si svolge sotto le stelle di piazza della Signoria, tra la folla di turisti accalcati per assistere alla Nona di Beethoven diretta dal compianto M° Sinopoli, intravidi la figura di Luzi attraversare la piazza con passo olimpico. Mi venne istintivo di chiamarlo e Lui - garbatamente – mi si fece incontro per ricambiare il saluto.

In quello stesso periodo, Firenze ospitava una mostra di Botero; ogni angolo della piazza, solitamente sorvegliato dal biancone, quella sera era “distratto” dalle ciclopiche, corpulente sculture che l'artista sudamericano hanno reso celebre. 


Infilata su Palazzo Vecchio
La torre di Arnolfo di Cambio

Sullo sfondo la Fontana del Nettuno detta "Biancone"



La piazza era gremita di gente in piedi d’ogni sorta, e l’idea che il Maestro venisse travolto dall’orda degli astanti mi faceva rabbrividire. Feci cenno ad un giovane addetto alla sicurezza della presenza di quell’illustre concittadino, che nella mischia e la distrazione dei più era passato inosservato, prima che venisse travolto e (impunemente) stirato! 



Il Perseo di Benvenuto Cellini (sotto la Loggia dei Lanzi)
 

Finii con l’ascoltare la Nona, appoggiato all’ombra di una statua di Botero, con Mario Luzi al fianco che durante l’esecuzione chiosava con la puntualità di un metronomo. 

L’Inno alla Gioia di quella sera mi si è imparentato come il profilo dei cipressi. 



Dell’uomo rammento il garbo estremo, innato, l’incedere elegante e mai ostentato, la voce flebile tra le labbra tremule, la sua stretta di mano che pareva dire… “arrivederci”.


Di Lui Fabrizio De André aveva un’immensa stima, ricambiata da altrettanta ammirazione. Del loro scambio epistolare conservo intimamente questa lettera che mi pare giusto divulgare “come una svista, come un’anomalia, come una distrazione, come un dovere”.

Eccola. 




Mario Luzi 
vorrei poter dire… 


Sotto le Stelle di piazza della Signoria il Cielo è trapuntato di Note. 
Rallegriamoci, Caro Maestro.
Ci saranno Nuove Stelle a Consolare la Notte 
e Note ancor più Belle a Illuminare il Giorno.

mercoledì 4 dicembre 2013

Alba su Santa Maria del Fiore



Ci sono notti dove c’è elettricità nell’aria

e il sonno non riesce a vincerti.

Come potrebb’essere altrimenti!



Poi, d’improvviso…










È l'alba sulla Cupola e intorno Santa Maria del Fiore / 

Le rondini garriscono e fan festa al sorgere del sole. 


Tutto si ridesta / 


L'Amore che riaccende il giorno / spengendo la lanterna, sale. 

Di luce, di pace. Si tace. 













Ser Filippo Brunelleschi pensò ed eresse la Cupola della Città del Giglio, nota come Santa Maria del Fiore cui è dedicata, tra lo sgomento generale.

Correva l’Anno di Grazia 1420 quando iniziarono i lavori di costruzione di quell’ardito progetto che diverrà paradigma d’ogni architettura a venire.

Narrano le cronache dell’epoca che “gli diedero del grullo”, vale a dire che, ai nostri giorni, sarebbe stato rimpinzato di Prozac e condotto nel più vicino presidio socio-sanitario.

Insomma, lo considerarono matto! 



Presunto ritratto di Filippo Brunelleschi.
Masaccio.  S. Maria del Carmine (Cappella Brancacci), Firenze



Quel “grullo” del Brunelleschi - invece - realizzò, consegnando all’umanità intera tuttora attonita nell’ammirare la “sua” Cupola, un tale prodigio da lasciare sconvolti e imbarazzati. Sì, perché di fronte a tanta bellezza non c’è bisogno della sensibilità di Stendhal per rimanere turbati! (a due passi dal Duomo, in piazza Santa Croce, il celebre scrittore divenne preda di una sorta di vertigine - per “overdose” di bellezza - un disturbo che da lui prese il nome sindrome di Stendhal). 

La Cupola è lì - immobile e muta solo all’apparenza - da più di mezzo Millennio a ricordarci che... 
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.

Se la si osserva a lungo è come un cuore che pulsa, un’ anima che respira e ridà, in chi la cerca, il sentimento della propria innocenza originaria e gli infonde il coraggio di credere nella bellezza perduta.
(come diceva Drewermann del Nazareno). In un certo senso, ci re-infonde Vita!



È, per dimensioni, una delle più imponenti del pianeta e resta la cupola in muratura più grande del mondo, persino più del Pantheon di Roma e del Cupolone di San Pietro in Vaticano, opera di Michelangelo Buonarroti che “prese le misure” proprio dal Brunelleschi.

Il giorno in cui la Fabbrica del Duomo decise di re-illuminarla con un poderoso intervento di restauro, uno tra i Poeti più degni di questo nome (mai abbastanza celebrato), Mario Luzi da Firenze, si lasciò “sfuggire” questa lirica:

Oggi dalla loro oscurità vogliono gli uomini 
dirmi grazie, ed ecco
mi incendiano con i loro fari.
Così apparirò dunque 
più visibile ai sopraggiunti, 
più vista: sarò cercata, 
sarò protesa all'accoglienza 
io stessa, accogliente come devo. 


“Fiore della Fede” 

Mario Luzi visto da Silvano Campeggi