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giovedì 12 dicembre 2013

Mangia-Tristezza



Omaggio ad Hans Christian Andersen, ché tanto ci ha fatto sognare...


IL PAESE E LE CICOGNE


In quel paese

c'era un nido,

un nido di cicogne.



Ma quel nido 

era vuoto.



Eppure 

la felicità

era in quel nido;



nelle cicogne

invisibili.


Cicogne di Zerbolò (Pavia)



Questa è la storia di un albero di ulivo, tanto vecchio da aver dimenticato il giorno in cui era spuntato dalla terra, forse duecento anni prima.


"Olivo"


Ricordava a malapena la fatica che aveva fatto per bucare la terra. Ricordava che si sentiva pieno di vigore ma non sarebbe riuscito a far capolino tra le zolle se improvvisamente non fosse scoppiato quel temporale. Era successo che il Sole, che da lassù riesce a vedere anche ciò che avviene sotto terra, mosso a pietà e ammirato per tanta tenacia, aveva ordinato alle nuvole di avvicinarsi a quel pezzo di terra e innaffiarlo per bene. 

Così era nato Olivo, e si era dato subito un gran da fare per tirar fuori dai suoi rametti delle belle foglie lucide, e per affondare le sue piccole radici nel terreno laddove trovassero più cibo per il suo fusto. Di anno in anno, sopportando il caldo dell'estate e il freddo d'inverno era cresciuto sano e forte, aveva prodotto migliaia di piccoli fiori, che poi si erano trasformati in piccoli frutti prima verdi e poi con il sole sempre più neri, sino a quando non erano venuti una donna con i suoi bambini a raccoglierli.
Fu felice di donare i suoi frutti, anche se quei bambini gli tiravano un po' i rami, e gli strappavano le foglie, e si arrampicavano sul tronco. Sapeva (non si sa come, visto che non si era mosso mai di là) quale prezioso liquido sarebbe venuto fuori dalle piccole olive, e per questo era disposto a sopportare un po' di strapazzo.

La casa dei bambini non era distante, e loro lo venivano a trovare anche quando non era stagione di raccolta, perché il suo tronco era bello e forte, e i suoi rami grandi e ben distesi. Era facile arrampicarsi e a loro piaceva molto sedere tra le sue fronde ben sistemati nell'incrocio delle sue braccia robuste, come su piccole sedie sospese.




I bimbi erano tre, due femmine e un maschio. Si chiamavano Isotta, Alessia e Lorenzo. Avevano anche un cane vivacissimo e un po' pazzerello: Yuri.

Essi avevano deciso che Olivo era il loro rifugio segreto. Ognuno di loro si era scelto un ramo e là andava a mettersi quando voleva sfuggire agli adulti, per starsene un po' in pace a parlare o a pensare. 
Olivo li accoglieva sempre con grande gioia e anche se non poteva parlare cercava di far capire loro che li accoglieva, disponendo al meglio i suoi rami perché fossero più comodi, spostando le foglie per fare ombra quando il sole picchiava forte, agitandole per fare vento quando c'era molta afa.
Quando li vedeva stanchi chiedeva al vento di "suonare" una canzone lieve usando le fronde come strumento, in modo da accompagnarli nei loro sogni. 

Yuri se ne stava tra le radici, col muso appoggiato a quella più grossa che sporgeva dal terreno, e tutto il resto quasi infilato nel cavo del tronco, che lo riparava dal caldo e dal freddo. 
Lui sì che parlava con Olivo, perché riusciva a sentirlo appoggiando le sue orecchie alle radici.

Parlavano dei bambini, e di quello che loro desideravano: Isotta voleva diventare una grande ballerina, danzare nei teatri di tutto il mondo, essere applaudita e acclamata ad ogni spettacolo. I suoi sogni erano pieni di scene scintillanti, fiori che piovevano dal palco, luci che illuminavano solo lei, applausi a non finire. Per questo si allenava spesso facendo la ruota, la spaccata, volteggi e capriole, richiedendo sempre l'attenzione degli altri.

Lorenzo voleva fare il musicista, e per questo ogni cosa diventava uno strumento musicale: due bastoncini battuti tra di loro, una vecchia scatola di latta diventava un tamburo, il tronco cavo di Olivo veniva percosso per emettere suoni ritmici, persino Yuri non sfuggiva dall'essere preso a mo' di tamburo!

Alessia non aveva desideri particolari, era felice di guardare gli altri che si "allenavano" per seguire i loro sogni, procurava bacchette resistenti a Lorenzo, assisteva Isotta nelle capriole, la sosteneva nella verticale.
Olivo sapeva che lei voleva solo essere d'aiuto agli altri, e non pensava mai a sé, senza che questo fosse un gran sacrificio, era fatta così, ed è giusto che ognuno segua ciò che ha nel cuore.

Olivo era il loro amico fedele, e quando loro si sentivano tristi andavano da lui, aprivano il cuore, e senza bisogno di parole lui capiva, ascoltava tutto e poi assorbiva le loro pene nella sua corteccia legnosa, le inglobava dentro la sua linfa e le buttava fuori attraverso i nodi dei suoi rami.







I bimbi non sapevano perché andare da Olivo li rinfrancava sempre, non si accorgevano della sua opera di "mangia-tristezza". Sapevano che andare lì li faceva stare meglio e basta. 

Isotta, Alessia e Lorenzo diventarono grandi, andarono via dalla grande casa, ma quando tornavano a trovare i genitori andavano sempre da Olivo, come si va a trovare un amico.
Non so se hanno realizzato i loro sogni, ma so che a volte ritornano solo per stare un po' con lui, quando hanno bisogno di una pausa per riflettere o quando devono prendere una decisione importante. 

Olivo oramai è vecchio, il suo tronco è pieno di nodi, eppure non è ancor stanco di ascoltare.

Ogni albero fa quello che fa Olivo, ti ascolta se tu gli sai parlare. Avvicinati, tocca il suo tronco, abbraccialo, porgi l'orecchio a sentire la sua linfa, accarezza le sue foglie. 

Quando ti senti triste siediti sotto un albero o in mezzo ai suoi rami, chiudi gli occhi e ascolta in silenzio; sentirai crescere i suoi nodi e sciogliersi la tua tristezza.



Questa meravigliosa storia è stata narrata da un nonno anonimo che tanto desidererei conoscere di persona.
(Ho detto un nonno anonimo, non un anonimo nonno!)

E questo, invece, è il mio albero del cuore.






Quando sono triste... chiudo gli occhi e ascolto in silenzio; sento crescere i suoi nodi e sciogliersi la mia tristezza.








Dedicato a tutti gli alberi,
ai bambini (e a coloro che non dimenticano di esserlo stati)
e a tutti i nonni che amano raccontare le favole...


giovedì 10 ottobre 2013

Una vita adulta si costruisce...




Una vita da adulti si costruisce su una geografia da bambini.
















"Periplo Immaginario"





Hugo Pratt

il più "adulto"
nel suo genere.














martedì 5 marzo 2013

Il Segreto della Primavera (o della Felicità)



Lo sguardo dell’innocenza 









Nulla come 

lo sguardo di un bambino 

ci ricorda 

con tanta precisione e senza ambiguità 

ciò che sarebbe o sarebbe stato giusto fare. 




Nulla 

riesce a raccontare così bene 

la meraviglia dei sogni, 

l'unicità dell'amore, 

la stupidità della violenza 

e la sottile cattiveria dell'indifferenza. 




Nulla 

ci aiuta di più a rimettere in ordine 

la nostra scala dei valori. 




Nulla ci ricorda in maniera così vivida 

come avremmo voluto e dovuto essere: 

liberi, innocenti e felici. 




(Mauro Pagani) 




Queste le agro-dolci “note” di Mauro Pagani, straordinario musicista, cantore di quel meraviglioso “romanzo d’avventura” tinto di sonorità tutte mediterranee
 – Crêuza de Mä – 
tratto dal genio letterario di Fabrizio De Andrè che, con quest’Opera, hanno lasciato un segno inconfondibile nella storia della musica e della
canzone-poesia d’Autore.



A ben guardare
non c’è FELICITÀ
senza LIBERTÀ



Conviene, visto l’argomento, rispolverare il capolavoro di Nietzsche,
“Così parlò Zarathustra”, dove il bambino che gioca ottiene miglior considerazione
rispetto all’adulto tutto dedito ad accumulare nozioni e utensili.

Un attimo di attenzione, prego.


Il primo discorso che tiene Zarathustra è intitolato “Delle tre metamorfosi”.

Vi si racconta dello spirito che diventa cammello, del cammello che 
si trasforma in leone, e del leone che, da ultimo, si fa bambino.

Il cammello simboleggia l’uomo che sottostà, curvo e docile, al peso degli innumerevoli “tu devi!”, impostigli dall’esterno. Proprio mentre procede nel deserto, lento sotto il carico sempre più insopportabile, il cammello vive la sua trasformazione in leone.

Fuori metafora, l’uomo, superato lo stadio della servitù radicale, riesce a liberare la libertà che dorme in lui.

Ma la libertà che dice “no!”, “non ne posso più!”, “basta!” è libertà puramente negativa: libertà “da” qualcosa, non libertà “di” o “per” fare qualcosa.

Al “tu devi” che piega il cammello, il leone contrappone il suo “io voglio!”, ostinato, caparbio, rigido, privo cioè del carattere proprio della volontà creatrice: la scioltezza o elasticità.

Queste doti sono invece prerogativa del fanciullo, definito da Nietzsche “innocenza e oblio”, un nuovo inizio, un gioco, una ruota che gira da sola, un primo movimento, un sacro dire di sì.


(Francesco Pasetto, “Il Beato Torello da Poppi” – 1996)



Chi meglio di un bambino
(o di colui che non dimentica di esserlo stato)
sa cogliere ciò che c’è di MERAVIGLIOSO ?







Forse è questo il segreto di una vita felice:

nessuna regola da seguire, nessun problema da evitare, 
ma una profonda umiltà, 
l'accettazione totale dei dolori e delle promesse della vita.


(George Vaillant)

giovedì 10 gennaio 2013

La Nostra Luce

La Nostra Luce



La nostra paura più profonda non è quella di essere inadeguati.
La nostra paura più grande è che noi siamo potenti al di là di ogni misura.
È la nostra luce, non il nostro buio, che ci spaventa.

Ci domandiamo: chi sono io
per essere brillante, magnifico, pieno di talento, favoloso?
In realtà, chi sei tu per non esserlo? Tu sei figlio dell'universo!
Il tuo giocare a sminuirti non serve al mondo.
Non c'è nulla di illuminato nel rimpicciolirsi
in modo che gli altri non si sentano insicuri intorno a noi.

Noi siamo fatti per risplendere come fanno i bambini.
Noi siamo fatti per rendere manifesta la gloria dell'universo che è in noi.
Non solo in alcuni di noi, in ognuno di noi.

E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere,
noi, inconsciamente, diamo alle altre persone
il permesso di fare la stessa cosa. 
Quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza automaticamente libera gli altri.



discorso pronunciato da Mandela
 il giorno del Suo insediamento in qualità di
 Presidente del Nuovo Sud Africa


Onore 
a
NELSON " Madiba" MANDELA






venerdì 4 gennaio 2013

BEATO L'UOMO...




Beato l'uomo
che non si ferma, che non si vuole arrendere

Beato l'uomo
che non ha paura di se stesso, della propria fisicità

Beato l'uomo
che fa del proprio limite la sua forza

Beato l'uomo
che sfida con amore il timore della terrena provvisorietà
caricata di ogni tipo di diversità

Beato l'uomo
che ricorda di essere stato bambino

Beato l'uomo 
che riesce a sorridere, comunque

Beato l'uomo
totale

Beato l'Uomo


(liberamente tratto da uno "scambio di vedute" di qualche tempo fa con Mina, la cantante)


p.s.: a proposito: 

"anche le donne, in fondo, sono òmini anche loro", 
dice l'amico Benigni.


mercoledì 26 dicembre 2012

Il Pappagallo



Il pappagallo cascò nella pentola che fumava.

Voleva curiosare, gli venne il capogiro, e cascò:
per curiosità, ma annegò nella zuppa bollente.

La bambina, che era sua amica, pianse.
L’arancia si spogliò delle sue bucce, per offrirsi meglio e consolarla.
Il fuoco che ardeva sotto la pentola si pentì e si spense.
Dal muro una pietra si staccò.
Inchinato sul muro, l’albero rabbrividì di tristezza e tutte le sue foglie caddero al suolo.
Venne il vento, come ogni giorno, a pettinare l’albero frondoso, e lo trovò pelato.

Quando il vento seppe ciò che era accaduto, smarrì una raffica.
La raffica aprì la finestra, per andarsene senza meta per il mondo, fino ad arrivare in cielo.
Informato della brutta notizia, il cielo impallidì. 
E vedendo il cielo bianco l’uomo restò senza parole.

Il vasaio del Cearà volle conoscere bene la storia.
L’uomo ritrovò la parola e raccontò
che il pappagallo era annegato
e la bambina aveva pianto
e l’arancia si era spogliata
e il fuoco si era spento
e il muro aveva perso una pietra
e l’albero aveva perso le foglie
e il vento aveva perso una raffica
e la finestra si era aperta
e il cielo era rimasto senza colori
e l’uomo senza parole.

Allora l’artista-vasaio raccolse tutta la tristezza. E con tutti questi materiali le sue mani risuscitarono il morto. Il pappagallo che sbocciò fuori dalla pentola ebbe piume rosse di fuoco e piume azzurre di cielo e piume verdi di foglie di albero e un becco duro di pietra e d’oro di arancia ed ebbe parole umane per parlare ed acqua di lacrime per bere e rinfrescarsi ed ebbe una finestra aperta per andarsene e se ne volò nella raffica del vento.

Eduardo Galeano

domenica 16 dicembre 2007

invece il CENTO c'è


Il bambino
è fatto di cento.

Il bambino ha
cento lingue
cento mani
cento pensieri
cento modi di pensare
di giocare e di parlare
cento sempre cento
modi di ascoltare
di stupire di amare

cento allegrie
per cantare e capire
cento mondi
da scoprire
cento mondi
da inventare
cento mondi
da sognare.

Il bambino ha
cento lingue
(e poi cento cento cento)
ma gliene rubano novantanove.

La scuola e la cultura
gli separano la testa dal corpo.
Gli dicono:
di pensare senza mani
di fare senza testa
di ascoltare e di non parlare
di capire senza allegrie
di amare e di stupirsi
solo a Pasqua e a Natale.

Gli dicono:
di scoprire il mondo che già c’è
e di cento
gliene rubano novantanove.

Gli dicono:
che il gioco e il lavoro
la realtà e la fantasia
la scienza e l’immaginazione
il cielo e la terra
la ragione e il sogno
sono cose
che non stanno insieme.

Gli dicono insomma
che il cento non c’è.

Il bambino dice:
invece il cento c’è.

Loris Malaguzzi