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venerdì 8 gennaio 2016

GIOTTO dei Miracoli




Credette Cimabue ne la pittura 
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, 
sì che la fama di colui è scura.

"Divina Commedia" - Purgatorio, Canto XI



Quel che è certo di Giotto è la data della dipartita, l'otto di gennaio del 1337 e il luogo: la "sua" Firenze.
Tutto il resto, a partire dal giorno della nascita, appartiene al mistero. Può sembrare strano a prima vista ma, per quanto sia stato uno tra i più studiati e celebrati pittori di tutti i tempi, la sua vicenda è tutt'altro che chiusa.

Giotto di Bondone - forse diminutivo di Ambrogio o Angiolo - comunemente conosciuto  come Giotto (Vespignano nel Mugello, 1267 circa - Firenze, 8 gennaio 1337) è stato molto di più del pittore-architetto che tutti conosciamo. Ancora prima di Leonardo Da Vinci, Egli ha profondamente rivoluzionato l’arte italiana, rendendola moderna, abbandonando lo stile bizantino e riscoprendo i modelli dell’antichità classica e romana. Giotto ha rappresentato con la pittura quello che Dante Alighieri ha fatto con la lingua italiana: ha precorso la Storia, unificando - culturalmente - l'Italia!



Ma la cosa curiosa è come sia riuscito, ancora giovanissimo (appena ventenne), a infrangere l'adagio evangelico "nemo propheta acceptus est in patria sua" proprio nella Città del Giglio, famosa per essere la tomba de' pittori vivi! Il suo precocissimo, prodigioso talento s'è trasformato prestissimo in "talenti". Fama e "fiorini", gloria e ricchezza lo hanno accompagnato parimenti alla meraviglia che ha saputo donarci e di cui ancora ci ricolma.




Altra unicità, della singolare vicenda umana del "nostro", pare sia stata la famiglia, numerosa, solida e unita come rarissimamente è accaduto nella storia dell'Arte. Insomma: "A chi ha sarà dato...", e a Giotto la "Grazia" non ha fatto sconti!

C'è un altro aspetto a mio giudizio ancora poco indagato e assai interessante: quello riguardante il Suo spiccato senso dell'umorismo e dell'autoironia, dote che rileva e sottolinea la sua capacità di introspezione dell'animo umano fino agli esiti più profondi e inquietanti della nostra condizione terrena (a tutt'oggi i suoi virtuosismi pittorici sono oggetto di sperticate battute di stampo boccaccesco-vernacolare!).


Giotto, come pochi altri, ha saputo cogliere il dolore e la dolcezza, la tenerezza e la tristezza, creando un ponte privilegiato tra il Cielo e la terra. Un po' come la scala nel Genesi:

"Sognò di vedere una scala
che poggiava sulla terra,
mentre la sua cima
raggiungeva il cielo"


Particolarmente toccante è l'attenzione di Giotto verso "La Vergine": una vertigine d'inenarrabile meraviglia!


Giotto, Polittico di Santa Reparata, 1310 ca., recto - dalla Cattedrale di Santa Maria del Fiore (Firenze) - Firenze, Opera di Santa Maria del Fiore - foto Nicolò Orsi Battaglini


Giotto, Polittico di Santa Reparata, 1310 ca., verso - dalla Cattedrale di Santa Maria del Fiore (Firenze) - Firenze, Opera di Santa Maria del Fiore - foto Nicolò Orsi Battaglini


Della mostra a Lui dedicata a Milano, allestita nelle sale di Palazzo Reale, dal titolo "Giotto, l'Italia", mi garba - per usare un termine tanto caro a noialtri toscani - di condividere alcune delle meraviglie su tavola (riunite ed esposte eccezionalmente per l'occasione) che qui di seguito merita ammirare. È uno scialo di bellezza che ci accompagna e ci consola: un privilegio da custodire nel profondo del cuore.


Giotto, Dio Padre in trono (particolare), 1303-05 ca. - dalla cappella degli Scrovegni, Padova, Musei Civici di Padova, Museo d’arte medievale e moderna


Giotto, Polittico Stefaneschi (particolare)



Giotto, Polittico Stefaneschi, verso, secondo decennio del Trecento - dalla Basilica di San Pietro, Città del Vaticano, Musei Vaticani - Servizio Fotografico dei Musei Vaticani.

Giotto, Polittico Stefaneschi, recto, secondo decennio del Trecento - dalla Basilica di San Pietro, Città del Vaticano, Musei Vaticani - Servizio Fotografico dei Musei Vaticani.





Giotto, Polittico Baroncelli, 1330 ca. - dalla Basilica di Santa Croce, cappella Baroncelli (Firenze) 


Giotto, Polittico di Bologna, 1332-34 ca. - dalla Rocca di Galliera (Bologna), Bologna, Pinacoteca Nazionale

domenica 26 aprile 2015

MISERICORD(I)A...




"Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia!"
(Alessandro Manzoni)



La parola “misericordia”, il cui significato etimologico è miseris cor dare, “dare il cuore ai miseri”, quelli che hanno bisogno, quelli che soffrono, nasce dal sentimento di compassione per l’infelicità altrui, che spinge ad agire per alleviarla; un sentimento di pietà che muove a soccorrere, a perdonare... È una virtù morale, d'ispirazione cristiana, che si concreta e sostanzia in opere di misericordia, appunto.


"Madonna della Misericordia", Piero della Francesca

La Madonna della Misericordia, già nell'iconografia dal XIII secolo, è rappresentata in piedi, nell'atto di accogliere sotto il suo ampio manto i fedeli o i religiosi a lei devoti, di solito inginocchiati in preghiera.


In ebraico misericordia è "khesed" e ha le sue radici nell'alleanza tra due parti e nella conseguente solidarietà di una parte verso quella in difficoltà. In greco "eleos" indica il sentimento di intima commozione, la compassione, la pietà, dunque il contrario dell'invidia per la fortuna del prossimo. Per Aristotele, il timore e la compassione nella tragedia operano la purificazione, cioè la catarsi. Nei Vangeli la richiesta di essere misericordiosi si esprime nella parabola del Buon Samaritano (Luca 10, 37). Nel parlare comune "Misericordia!" è un grido di meraviglia o di dolore!!



Porta del Paradiso del Ghiberti, Battistero di San Giovanni in Firenze



In termini di appartenenza, l'istituzione delle "Misericordie" rappresenta il fondamento delle nostre migliori radici culturali, espressione della primigenia forma di compartecipazione organizzata di solidarietà sociale.

Altro che epoca buia, il Medioevo! È lì che nasce e fiorisce la civiltà occidentale, nella più alta delle sue accezioni.
Se le nostre radici "strutturali" sono riconducibili ai Romani, quelle culturali si rifanno al nostro Medioevo!
Semplificando: se dobbiamo all'ingegneristica romana l'ossatura, l'anima risuona nelle absidi delle Pievi romaniche.

E che dire delle Università. Bologna, primo Ateneo della storia accademica con i glossatori dell'XI secolo, prima facoltà di Giurisprudenza al mondo, seguita come diaspora da Padova, Parigi e Oxford, appena dopo Pavia.



"incappucciati" durante un trasporto (alle spalle il Battistero fiorentino)



Nella Firenze del XIII secolo, intorno all'anno 1244, viene fondata la Confraternita della Misericordia, la più antica Compagnia per l'assistenza ai malati e, in generale, la prima istituzione privata di volontariato esistente al mondo, ancora attiva dalla sua fondazione, e che annovera oggi oltre un milione di iscritti in ogni parte d'Italia.

Nello stesso periodo la Città del Giglio coniava il "fiorino", moneta sonante riconosciuta come valùta persino in Cina, dando inizio alla prima società mercantile "di stampo capitalista" del pianeta. Falsificare il "fiorino" allora era davvero pericoloso: ce lo rammenta Dante, nel XXX Canto dell' Inferno, facendolo dire a Mastro Adamo, arso vivo sulla strada della Consuma. 

Ivi è Romena, là dov’io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai.
                                   


Strana città, Firenze, da sempre ricca di contraddizioni, moneta corrente che scorre nelle sue vene. Solidarietà e individualismo estremi l'accompagnano, da sempre. L'(o)Spedale degli Innocenti, per esempio. Un'altra realtà unica - nel suo genere - al mondo. L'Ospedale - detto "spedale", "ospedale dei bambini abbandonati", si trova in piazza Santissima Annunziata. Fu il primo brefotrofio d'Europa e una delle più straordinarie architetture rinascimentali, certamente una delle più significative opere di Filippo Brunelleschi.



Dettaglio del portico d'ingresso dell'Ospedale degli Innocenti (terracotte di Andrea Della Robbia)


Dal portico, veduta di Piazza Santissima Annunziata


Il centro storico di Firenze visto da piazzale Michelangelo



E come non rammentare le parole che Papa Francesco ha pronunciato a proposito della Misericordia:

È quello che ha fatto Gesù: ha spalancato il suo Cuore alla miseria dell’uomo. Il Vangelo è ricco di episodi che presentano la misericordia di Gesù, la gratuità del suo amore per i sofferenti e i deboli. Dai racconti evangelici possiamo cogliere la vicinanza, la bontà, la tenerezza con cui Gesù accostava le persone sofferenti e le consolava, dava loro sollievo, e spesso le guariva. Sull’esempio del nostro Maestro, anche noi siamo chiamati a farci vicini, a condividere la condizione delle persone che incontriamo. Bisogna che le nostre parole, i nostri gesti, i nostri atteggiamenti esprimano la solidarietà, la volontà di non rimanere estranei al dolore degli altri, e questo con calore fraterno e senza cadere in alcuna forma di paternalismo.

Abbiamo a disposizione tante informazioni e statistiche sulle povertà e sulle tribolazioni umane. C’è il rischio di essere spettatori informatissimi e disincarnati di queste realtà, oppure di fare dei bei discorsi che si concludono con soluzioni verbali e un disimpegno rispetto ai problemi reali. Troppe parole, troppe parole, troppe parole, ma non si fa niente! Questo è un rischio. (...)

Quello che serve è l’operare, l’operato vostro, la testimonianza cristiana, andare dai sofferenti, avvicinarsi come Gesù ha fatto. Imitiamo Gesù: Egli va per le strade e non ha pianificato né i poveri, né i malati, né gli invalidi che incrocia lungo il cammino; ma con il primo che incontra si ferma, diventando presenza che soccorre, segno della vicinanza di Dio che è bontà, provvidenza e amore"


(Discorso del 14 giugno 2014 ai Gruppi delle Misericordie e Fratres d'Italia, nell'anniversario dell'Udienza del giugno 1986 con Papa Giovanni Paolo II, in Piazza San Pietro)





martedì 3 dicembre 2013

Una Storia Infinita



Li ruscelletti che d'i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,

Divina Commedia - Inferno - Canto XXX
(Mastro Adamo, falsario in Romena)






All’alba del secolo breve, il Novecento, due sorelle inglesi single (si direbbe oggi), Ella e Dora Noyes, attraversarono in lungo e in largo, a piedi e a dorso di mulo, il Casentino.


Acquerello di Dora Noyes. L'Arno sullo sfondo di Romena



Quella nobile, desolata Terra di dantesca memoria prima la vissero, poi la descrissero con una grazia ed un’eleganza impareggiabili, in un inglese forbitissimo, ed una prosa degna d'ammirazione. Intrapresero, così, il viaggio di scoperta della loro vita in uno dei luoghi più autentici della Toscana nascosta: il Casentino, appunto.


Acquerello di Dora Noyes. Il borgo di Poppi visto dal ponte sull'Arno



Ne trassero un odeporico, ovvero un diario di viaggio, di una tale raffinatezza letteraria ed illustrativa che qui conviene ricordare.

Incisione di Dora Noyes. La Pieve di Romena

Acquerello di Dora Noyes. Il borgo di Pratovecchio

Incisione di Dora Noyes. Il borgo di Stia, piazza Tanucci



Venne dato alle stampe al loro ritorno a Londra, nel 1905, con il titolo
"The Casentino and it's Story"



Copertina e frontespizio della prima edizione 



Molti sono i luoghi che suscitano emozioni, pochi quelli che ti s’imprimono dentro per non lasciarti più, mai più. E uno di questi è il Casentino.



E’ bene rammentare, per la cronaca, che lì Dante Alighieri è stato segnato per il resto dei suoi giorni e le emozioni di certi avvenimenti le ha impresse, scolpendole, in alcune delle terzine più dense della Divina Commedia, il capolavoro di tutte le letterature.


Dante nella battaglia di Campaldino. Silvano Campeggi



Il Casentino è stato teatro della celebre battaglia di Campaldino; era il giorno di San Barnaba, sabato 11 giugno 1289. L’Alighieri combattè tra i feditori di parte guelfa, ne ebbe temenza tanta, ma riportò a casa la pelle. Aveva 24 anni, all’epoca; esattamente quanti ne erano trascorsi dal giorno in cui venne al mondo e un lustro prima, in un altro campo di battaglia, a Montaperti, i Ghibellini le avevano suonate ai Guelfi. Ma questa volta le cose si capovolsero e la storia tra le opposte fazioni, dal giorno di Campaldino, cambiò radicalmente.


Particolare della battaglia di Campaldino nell'interpretazione di Silvano Campeggi, "Nano"




Più tardi, Dante conobbe l’amaro sapore dell’esilio, di nuovo qui, in Casentino.

Ospite dei Conti Guidi di Romena, Poppi e Porciano che da secoli dominavano la Valle, duramente toccato dall'esperienza, scrisse nel XVII Canto del Paradiso:

come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.


Busto di Dante sullo sfondo del castello dei Conti Guidi di Poppi




In quella "terra di confino", che lo ospiterà tra alterne vicende anche sentimentali (pare che nel forzato soggiorno il Poeta si sia perdutamente innamorato, e mai corrisposto, di una fanciulla di Pratovecchio) l’Alighieri - per gli amici Durante da Firenze - trasse spunto, ispirazione e compose gran parte del Purgatorio. Quanto all’Inferno, per esempio, nel castello di Poppi conobbe la Contessa della Gherardesca, nipote del Conte Ugolino, colui che…

La bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola a' capelli del capo ch'elli avea di retro guasto

 (Inferno, Canto XXXIII )




Ecco, le nobili sorelle Noyes vennero a sciacquar i panni in Armo – usando un’espressione manzoniana – imprimendo le loro emozioni in uno dei più bei “diari di viaggio” della letteratura del Novecento. Ella descriveva quello che la sorella Dora, delicatamente, illustrava in acquerello.

E questa è la loro storia, in uno dei luoghi della più riposta, vivida Toscana.




sabato 30 novembre 2013

Una Donna tra le Fate


Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. 
Perché i bambini lo sanno già. 
Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti. 

(Gilbert Keith Chesterton), "Enormi sciocchezze", 1909


In ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l'altro nell'abisso.

(Paulo Coelho), "Undici minuti", 2003

La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi.
(Gianni Rodari)






Il Casentino, prima valle dell’Arno che Per mezza Toscana si spazia ... e cento miglia di corso nol sazia, ci dice Dante, luogo di elevazione per chi lo sceglie - come i Santi - piuttosto che di espiazione per chi lo subisce - si cela, ma si rivela a chi lo cerca con sincerità: è “il luogo” dove Emma Perodi scelse di ambientare le sue Novelle della Nonna.



Copertina di una delle Edizioni Salani degli anni Sessanta (sullo sfondo il borgo di Poppi in Casentino)


C’era una volta una gran dama, dotata di “temperamento calmo, portamento signorile ma senza boria, cuore nobilissimo, ingegno ferace, parola arguta e spigliata”. Questa signora scriveva delle favole, ma erano favole senza “c’era una volta”. È così che, in un panorama avaro di figure eccentriche qual è quello della letteratura italiana dell’Ottocento, emerge la figura di Emma Perodi, narratrice incomparabile, poco incline agli indottrinamenti pedagogici, capace di astuzie e di artifizi letterari, ma anche di estri e di umori balzani.


Nonna Regina narra le Novelle della Nonna




Così Antonio Faeti introduce le Fiabe fantastiche della Perodi, donna di straordinario ardimento, raro per l’epoca: un po’ come voler fare il falegname ai tempi di San Giuseppe o cimentarsi con Mozart nella musica sinfonica. Sì, perché a questa nobildonna è toccato in sorte di vivere al tempo di Collodi (al secolo Carlo Lorenzini) che aveva dato le gambe a un certo Pinocchio!



Illustrazione di Carlo Chiostri. La Regina racconta attorno al "canto" del fuoco




L’universo fiabesco di Emma Perodi è popolato di streghe paesane, diavoli astuti e frati malevoli, in un itinerario pacatamente crudele, compostamente feroce, che s’inoltra nel regno del magico, del diabolico, del misterioso.

C’era una volta, dunque, un tuffo nella fantasia: uno spettacolo allestito nel “teatro di un’infanzia non sottratta ad alcuna contraddizione, ad alcun veleno, ad alcuna possibilità di vedere oltre gli spazi igienici risanati, omogenei” che troppo spesso le sono riservati.



Copertina del volume "Una Donna tra le Fate" di Piero Scapecchi



A Lei, Donna tra le Fate, ebbi modo di dedicare un anno d’intenso lavoro, curare pubblicazioni, allestire mostre, convegni e spettacoli teatrali. Correva l’anno 1993, ad un secolo esatto dalla prima stampa di quelle Novelle che da bambini ci avevano fatto tremare e sognare tanto.



Invito-brochure del Convegno perodiano. Illustrazioni di Ezio Anichini


Pensammo, quindi, di riallestire il “set” delle sue storie fantastiche nel luogo dove Lei le aveva immaginate e partorite: la valle del Casentino, terra di Santi e briganti.
Le immagini e le illustrazioni pubblicate in questo post sono tratte dal portfolio della Mostra "Cent'Anni di Fiabe Fantastiche" allestita per l'occasione, di cui mi sono occupato personalmente.


Biblioteca "Rilliana" - Castello dei Conti Guidi in Poppi
La mostra "Cent'anni di fiabe fantastiche"
Le scuderie del castello di Poppi, sede dell'allestimento della mostra


E di riesumare quell’immenso patrimonio illustrativo che quelle storie avevano accompagnato, ci piaceva molto l’idea.

Ecco, dunque, che al castello dei Conti Guidi di Poppi le Fiabe fantastiche della Perodi riebbero nuovamente vita e l’editore Einaudi, che già l’aveva annoverata tra i classici della letteratura per l’infanzia - nella prestigiosa collana dei "Millenni" -, al termine delle celebrazioni decise di ristamparne l’edizione in formato economicamente accessibile che vi invito a scoprire.

Quelle che seguono sono alcune delle illustrazioni dei migliori artisti che hanno fatto la storia della letteratura fantastica, grazie anche ai quali la Perodi può continuare a vivere nel nostro irrinunciabile, fiabesco immaginario.


Carlo Vitoli Russo dalla novella L'Incantatrice
Carlo Vitoli Russo dalla novella La gobba del buffone
Gustavo Piattoli dalla novella Il talismano del Conte Gherardo
Gustavo Piattoli dalla novella Messer Gentile e il cavallo balzano


Ezio Anichini dalla novella L'ombra del Sire di Narbona





Emma Perodi
(Cerreto Guidi, 1850 – Palermo, 1918)

Pubblicò novelle e romanzi non soltanto per l’infanzia, e tradusse opere importanti come “Le affinità elettive” di Goethe. Le sue Novelle apparvero per la prima volta in cinque volumi nel 1892, 
e videro in seguito numerose ristampe illustrate.

martedì 19 marzo 2013

MUSICA: la figurazione dell'invisibile


"la figurazione dell'invisibile"

così definiva
la Musica 

Leonardo da Vinci






Consapevole del fatto che niente possa rappresentarla meglio di se stessa,
eccone altre illustri "definizioni" nel corso della storia...


... ma prima ...


Il secondo movimento della suite in Re maggiore (BWV 1068) di Johann Sebastian Bach porta l'identificativo di Aria, conosciuto (impropriamente) con il titolo di Aria sulla quarta corda, si distacca dal resto della suite in quanto è l'unico movimento nel quale vi sia un organico esclusivamente composto da strumenti ad arco. L'aria sulla quarta corda è divenuta celebre in Italia anche al grande pubblico grazie alla versione del gruppo vocale Swingle Singers (album Jazz Sebastian Bach del 1963). La versione jazzistica è stata impiegata come sigla da diversi programmi televisivi condotti da Piero Angela.








La musica, per Platone, è una legge morale: essa dà un’anima all’universo, le ali al pensiero, uno slancio all’immaginazione, un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza e la vita a tutte le cose. Secondo Aristotele, non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici, poiché può servire per l’educazione, per procurare la catarsi e in terzo luogo per la ricreazione, il sollievo e il riposo dallo sforzo.

Per Emil Cioran...
A che cosa faccia appello la musica in noi è difficile sapere; è certo però che tocca una zona così profonda che la follia stessa non riesce a penetrarvi.

Ho sempre pensato - diceva Fabrizio De Andrè - che la musica debba avere un contenuto, un significato catartico: tutti gli sciamani, gli stregoni di tutti i popoli, che ben conosciamo, usavano il canto come medicina. 
Credo che la musica debba essere balsamo, riposo, rilassamento, liberazione, catarsi.
Più semplicemente la musica, il canto, sono espressione dei propri sentimenti, della propria gioia, del proprio dolore. A volte addirittura un tentativo di autoanalisi e, analizzando te stesso, offri una via agli altri per analizzare se stessi.



La Musica Humana 
per Severino Boezio

Nel suo De institutione musica, la cui fonte sono gli Elementi armonici di Tolomeo e un'opera perduta di Nicomaco, distingue tre generi di musica: una musica cosmica, mundana, che non è percepibile dall'uomo ma deve derivare dal movimento degli astri, dal momento che l'universo, secondo Platone, è strutturato sul modello degli accordi musicali, la cui armonia è fondata sull'equilibrio dei quattro elementi presenti in natura - acqua, aria, terra e fuoco
una musica humana, espressione della mescolanza, nell'uomo, dell'anima e del corpo e derivante dal rapporto fra l'elemento fisico e l'elemento intellettuale e pertanto percepibile con un'attività di introspezione in noi stessi; la musica ha una profonda influenza sulla vita umana: è l'armonia dell'uomo con se stesso e di sé con il mondo. Infine, esiste naturalmente la musica pratica, strumentale, musica instrumentis constituta, ottenuta dalle vibrazioni degli strumenti e dalla voce.

(Anicius Manlius Torquatus Severinus Boethius)
Roma, 476Pavia, 25 ottobre 525


Così Boezio viene rammentato da Dante nel X Canto del "Paradiso"




Il portale d'ingresso della Basilica di San Pietro in Ciel d'Oro a Pavia,
una delle città romaniche tra le più significative d'Europa. 






In San Pietro in Cieldauro - dove sono custodite le spoglie di Sant'Agostino e (nella cripta) quelle di Severino Boezio - quest'anno si celebra il centenario dell'Organo Lingiardi. Ernesto Lingiardi, geniale maestro organaro, sulla scia del fondatore Giambattista, nel 1913 ha consegnato l'ennesimo gioiello di Famiglia: il Lingiardi op. 266, un'opera tardiva della Premiata fabbrica di costruttori d'Organo famosi nel mondo per estro e capacità d'inventiva, tutta Italica.


Siamo noi stessi strumenti musicali
complessi, preziosi e fragili
degni d'essere tenuti accordati



"Senza musica la vita sarebbe un errore" 

(Friedrich Nietzsche)

sabato 2 marzo 2013

Se me lo dicevi prima





La parola LAVORO racchiude molti segreti. Cerchiamoli.

Se andiamo ad analizzarla scopriamo (oltre al suffisso - oro) che la sua radice latina è intimamente legata alla preghiera.

Quando la scomponi(amo), la parola lavoro rivela il suo vero significato: lab-ora (prega e lavora)
sono segretamente connesse, hanno la stessa origine, la medesima radice.

San Benedetto, padre del Monachesimo occidentale, lo aveva rivelato e posto come fondamento della sua regola; Ora et Labora, lavoro e preghiera, sono sullo stesso piano!





Il termine lavoro ha, dunque, una straordinaria dignità che risiede propriamente nel suo significato.
È una delle parole più "nutrienti" che implicano, per definizione, l'agire e che si esplicano e perfezionano con l'applicazione concreta.

Si diventa reali solo nel momento in cui poniamo in essere - attraverso il lavoro - qualcosa che si trasforma e che (lavorando) ci trasforma.

Attraverso il lavoro ci esprimi(amo) e ci guadagni(amo) da vivere.
È la nostra stessa dignità!

"La nipote di Dio", secondo Dante Alighieri; così definisce l'arte del lavoro

Per questo è così importante.
Per questa ragione dobbiamo combattere affinché venga tutelato, garantito,
assicurato... come previsto dalla nostra Costituzione.


Art. 1 (1° c.) 
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. 

Art. 4 
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro 
e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. 

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità
 e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al 
progresso materiale o spirituale della società. 

Art. 35 
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. 
Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori… 

(...)





Si ma qui 
che lavoro non ce n'é...
...l'avvenire è un buco nero
in fondo al tram...

dicono le dolenti note di Jannacci

Allora, allora...

...e allora sarà bello 
quando t'innamori,
quando ride un figlio,
quando guardi fuori...

...quando senti il sole!







Parafrasando J. Conrad

mi viene da dire:

"Non riuscirò mai a spiegare a mia moglie
che quando guardo fuori dalla finestra
sto lavorando!"















venerdì 1 febbraio 2013

Un'idea mi frulla...

Un'idea mi frulla
scema come una rosa




Giorgio Caproni esordisce così in uno dei suoi memorabili sonetti, eppoi...

dopo di noi non c'è nulla
nemmeno il nulla
che già sarebbe qualcosa.

I poeti, che strane creature, vero? Che belle creature!
Col tempo ho imparato a fidarmi più di loro che dei filosofi, perché promettono di meno ma mantengono di più.
A loro spetta uno dei compiti più strabilianti e ingrati: quello di restituire alle parole la verginità che hanno perduto. Strada facendo può capitare, anche nelle migliori famiglie...

A darci manforte ecco spuntare Ghiannis Ritsos, poeta pure lui e per giunta greco, a rincarare la dose:
"le parole sono come vecchie prostitute che tutti usano, spesso male!"
Insomma, restituire significato, senso, peso specifico alle parole non è mica una parola, giusto?
E non è questione di plurale o singolare, etimologia, semantica e via dicendo; questa è roba da specialisti, e di illustri semiologi - con la Eco - ne abbiamo in circolazione. 
Si tratta, piuttosto, di lavoro da certosini, di purissimo artigianato del verbo, quello di ridare dignità alle parole, restituire loro la verginità perduta. La loro essenza, la vita.
Pensiamoci.

"da principio era il Verbo..." (Vangelo di Giovanni 1,1-18)
"considerate la vostra semenza..." (Inferno, canto XXVI)

Pensiamoci al "peso" che hanno le parole.
Perché - com'è esperienza comune nella vita, anche se talvolta diversamente distribuita - esse sono pietre, carezze, veleno o balsamo. Il modo stesso di porgerle, di pronunciarle ci cambia il metabolismo, come un abbraccio, direbbe Charlie Brown!

E allora il poeta - ché di queste cose se ne intende - quello che ab origine alberga dentro ognuno di noi, per farle rivivere le "manomette". Le manomette sì, le smonta e poi le rimonta, le spezzetta e le ricompone fino a restituire loro la dignità originaria, a liberarle. Esattamente come prevedeva un antico istituto del diritto romano - la manumissio - attraverso cui allo schiavo veniva restituita la libertà.
Sapete chi mi ricordano, questi signori? Mi ricordano il lavoro di estrazione dello scultore.
Ascoltate queste "pietre sonore" di Pinuccio Sciola, poi ne riparliamo...






Ecco, "entrare dentro la pietra, ascoltarne il silenzio", dice Sciola. Estrarre e liberare le parole dalla pietra; pietra che parla. Restituirle la vita.
Allora quella "rosa" di Caproni che per Dante rappresentava il Paradiso, pur non riuscendo a dirci cos'era di preciso, perché oltre la rosa non c'è niente, non c'è nemmeno il nulla, che già sarebbe qualcosa; allora, "scema come una rosa" non può essere altro che... sublime!