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domenica 22 novembre 2020

Abbandonarsi alla vita



 La semplicità è molto di più dell'accettazione di sé. Significa essere con se stessi, con infinita benevolenza.
"Sulla semplicità" di Alexandre Jollien

 

Capperi, su muro a secco


 

Questa immagine che ho impresso nell'obiettivo risale ad una sosta di cammino in Casentino, un luogo al confine (e di confine) nella più apocrifa e riposta Terra di Toscana.

E mi aiuta a ricordare quello che scriveva in "Umano, troppo umano" - a proposito della semplicità - un insolito Nietzsche: Un modo di vivere semplice è oggi difficile: c'è bisogno per esso di molta più riflessione e inventiva che persone anche molto valenti non abbiano. È complicato essere semplice, sembra dire! È complicato restare nudi di fronte alla vita, rincara la dose Alexandre Jollien. "Tutto avviene come se la nostra mente lavorasse dal mattino alla sera a complicare l'esistenza, a fare paragoni, ad attendere circostanze che non arriveranno mai, a rimpiangere un passato che è passato per sempre. Condurre una vita semplice significa abbandonarsi a tutto.”

Insomma, la mente si dà da fare per creare problemi dove non ce ne sono! Così conclude e ci indica Jollien: "Cominciare una vita semplice significa domandarsi che cos'è centrale nella propria vita: i problemi, le irritazioni, le tensioni? E poi vivere, semplicemente. La semplicità è molto di più dell'accettazione di sé. Significa essere con se stessi, con infinita benevolenza.

Cercare la semplicità, l'abbandono, la gioia che sono già dentro di noi. La felicità, dunque! 


lunedì 29 giugno 2020

Il Mattatore e l'Anima


Il genio è per 1/3 ispirazione e 2/3 traspirazione! Ne ho le prove, e più d'una!


Anni fa fui invitato ad incontrare Vittorio Gassman, "il mattatore". Ci conoscevamo già: “La Pergola” di Firenze era il luogo, il mitico Teatro, dove spesso e volentieri osavo affacciarmi alla sua "Bottega" quando a far lezione c’era lui, talvolta assieme a Eduardo De Filippo. Potete immaginare quanto fosse più attraente e irresistibile per me, distratto studente della vicina Facoltà di Giurisprudenza, marinare le lezioni di Legge! 
Il luogo prescelto, questa volta, uno dei più suggestivi e significativi della spiritualità: il Monastero di Camaldoli. A Gassman, un po' in là con gli anni ma ancora in grande spolvero, venne richiesto di declamare qualche Canto della Divina Commedia, cosa che fece puntualmente, alla sua maniera. Di fronte ad una platea di pochi privilegiati, si concentrò un attimo poi partì con "Paolo e Francesca".
Ero a pochi passi da lui e subito colsi l'emozione che trasudava letteralmente dalla camicia. Lo fotografai e quei magici istanti vennero pubblicati in un periodico a larghissima diffusione con un titolo di copertina ad effetto: "Anche i mattatori hanno un'anima!" Perché, c'erano dei dubbi?




Conservo di lui un ricordo commovente: un uomo di enorme sensibilità e intelligenza, e di una fragilità pari al suo immenso talento. Una grande anima!
  
p.s.: a proposito, ragazzi... un piccolo consiglio personale: fate l’amore, non Giurisprudenza!
#RicordoDiVittorioGassman #VentAnniSenzaVittorioGassman #IlMattatoreeLanima @paolosalvi

giovedì 30 gennaio 2020

Elogio dell'infanzia*



...Cosa c'è nella pace che alla lunga non entusiasma
e che non si presta al racconto? 
Devo darmi per vinto, ora? Se mi dò per vinto, allora l'umanità perderà il suo cantore:
e quando l'umanità avrà perso il suo cantore, avrà perso anche l'infanzia.
(Dal film "Il cielo sopra Berlino" di Wim Wenders, 1987)



  


Elogio dell'infanzia

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla. Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare. 


* “Elogio dell’infanzia” è la poesia di Peter Handke con la quale si apre il Film capolavoro di Wim Wenders “Il cielo sopra Berlino” (1987), di cui è co-sceneggiatore.
Peter Handke, scrittore austriaco classe 1942, merita il Premio Nobel della Letteratura per “la sua opera influente che ha esplorato con ingegnosità linguistica la periferia e la specificità dell'esperienza umana”. 
Questa la motivazione con la quale è stato insignito del Premio Nobel, lo scorso anno.


Peter Handke

 A proposito:
 «Il vento fa bene ai sogni»

venerdì 11 gennaio 2019

Caro Faber...


 Quando la luna perde la lana
e il passero la strada/
quando ogni angelo è alla catena
ed ogni cane abbaia/
prendi la tua tristezza in mano
e soffiala nel fiume/
vesti di foglie il tuo dolore
e coprilo di piume/

 
Fabrizio De André, 
"Canto del servo pastore"




ti scrivo nel cuore della notte per quell’irrefrenabile, insano impulso - che conosci a memoria (e, forse, per paura che i pensieri coi rumori del giorno evaporino) - di tentare di mettere in rima i nostri guai migliori. E già, di guai veri ne sono successi da quando te ne sei partito per la Collina, lasciandoci un po’ più soli e orfani a contare le infinite battaglie al calar della sera! Eppoi rammento di quando Lisena, la mia unica sorella che non ha età, portò per la prima volta a casa la tua voce con “Bocca di Rosa” che, come una freccia dall’arco scocca, mi ha trafitto e aperto una ferit(oi)a che non s’è più rimarginata; quella feritoia da cui la tua luce lirica è penetrata senza abbandonarmi più e che da allora mi porta a spasso per il paese tra l’amore sacro e l’amor profano
Ecco perché ogni qualvolta che ti ascolto è sempre la prima volta, come ti ho già detto a suo tempo. La sincerità dei sentimenti e la lucidità del tuo modo di ragionare, di vedere e “aggiustare” le parole con una maestria impareggiabile, mi accompagnano nelle sterrate vie della vita quotidiana, nei giorni feroci celebrativi del nulla come in quelli grandi, fuggevoli, di solitudine... che bella compagnia...





Ecco, allora, che la tua presenza, il senso di gratitudine nei tuoi confronti consola in parte la perdita, la mancanza di cui non si può dire, solo sentire. E mi vien da ridere pensando al putiferio di celebrazioni, di tributi e “cover” che ha suscitato la tua dipartita: una sovraesposizione mediatica che somiglia a un “linciaggio” affettivo postumo - tenuto conto della tua indole schiva - che ti è piovuta addosso, tuo malgrado. Immagino avresti liquidato queste “celebrazioni del ventennale” con un bel “belin...!”, sapendo quanto detestavi le ricorrenze e amavi la vita. E mi stringo forte a Dori, che ti ha saputo su(o)pportare prima, sull’Hotel Supramonte dove avete visto la neve, eppoi , carica d’anni e di castità, nella tua assenza apparecchiata per cena, con speciale dignità.


Con Dori Ghezzi alla presentazione del libro “Lui, io, noi” edito da Einaudi, Stile Libero Extra, 2018


A te che hai saputo leggere dentro le cose con la luce della comprensione senza sottrarti alle contraddizioni e alle miserie della comune condizione umana, che hai indicato il coraggio per divenire gocce di splendore di umanità, di verità, possa Colui che illumina le stelle accoglierti tra i servi disobbedienti alle leggi del branco/ che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti/ come una svista / come un’anomalia/ come una distrazione/ come un dovere.
 
 p.s.: benchè... “domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole”...“Prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume, vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume...”.