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domenica 22 novembre 2020

Abbandonarsi alla vita



 La semplicità è molto di più dell'accettazione di sé. Significa essere con se stessi, con infinita benevolenza.
"Sulla semplicità" di Alexandre Jollien

 

Capperi, su muro a secco


 

Questa immagine che ho impresso nell'obiettivo risale ad una sosta di cammino in Casentino, un luogo al confine (e di confine) nella più apocrifa e riposta Terra di Toscana.

E mi aiuta a ricordare quello che scriveva in "Umano, troppo umano" - a proposito della semplicità - un insolito Nietzsche: Un modo di vivere semplice è oggi difficile: c'è bisogno per esso di molta più riflessione e inventiva che persone anche molto valenti non abbiano. È complicato essere semplice, sembra dire! È complicato restare nudi di fronte alla vita, rincara la dose Alexandre Jollien. "Tutto avviene come se la nostra mente lavorasse dal mattino alla sera a complicare l'esistenza, a fare paragoni, ad attendere circostanze che non arriveranno mai, a rimpiangere un passato che è passato per sempre. Condurre una vita semplice significa abbandonarsi a tutto.”

Insomma, la mente si dà da fare per creare problemi dove non ce ne sono! Così conclude e ci indica Jollien: "Cominciare una vita semplice significa domandarsi che cos'è centrale nella propria vita: i problemi, le irritazioni, le tensioni? E poi vivere, semplicemente. La semplicità è molto di più dell'accettazione di sé. Significa essere con se stessi, con infinita benevolenza.

Cercare la semplicità, l'abbandono, la gioia che sono già dentro di noi. La felicità, dunque! 


venerdì 17 luglio 2020

Cortona On The Move 2020 | The COVID-19 Visual Project



"Nei vecchi borghi c'è il nostro futuro"
(Stefano Boeri)



Quando sono il coraggio e la cultura ad ispirare sulla spinta della necessità e l'urgenza di raccontare questo tempo sospeso tra dolore e reazione, ecco che il termine resilienza assume un significato appropriato e può prendere la forma del Festival "Cortona On The Move", che non tradisce le attese.


Con l'edizione speciale di COTM magazine, luglio 2020


Giunto alla decima edizione, il Festival delle "narrazioni visive" si conferma tra i migliori eventi nel suo genere in Europa; allestito con cura nei luoghi più suggestivi della Città murata di Cortona (che di per sé vale sempre il viaggio) quest'anno ha per titolo inequivocabile "The COVID-19 Visual Project. A Time of Distance", una selezione di fotografie e filmati a tema che presto si è trasformata in un archivio permanente in progress sulla pandemia da coronavirus.



COTM magazine, luglio 2020, The COVID-19 Visual Project
 





 Il Festival Cortona On The Move 2020, inaugurato l'11 di luglio, resterà allestito fino al 27 settembre nelle varie sedi del centro storico di Cortona.

A proposito, mi associo con Stefano Boeri che dice: "Nei vecchi borghi c'è il nostro futuro".


CORTONA, dal piazzale del Santuario di S. Margherita, il Lago Trasimeno




Per saperne di più, visitate il sito https://www.cortonaonthemove.com/, in attesa di vederlo coi vostri occhi
#CortonaOnTheMove2020 #TheCOVID19VisualProjectATimeOfDistance #Fotografia
Paolo Salvi

lunedì 29 giugno 2020

Il Mattatore e l'Anima


Il genio è per 1/3 ispirazione e 2/3 traspirazione! Ne ho le prove, e più d'una!


Anni fa fui invitato ad incontrare Vittorio Gassman, "il mattatore". Ci conoscevamo già: “La Pergola” di Firenze era il luogo, il mitico Teatro, dove spesso e volentieri osavo affacciarmi alla sua "Bottega" quando a far lezione c’era lui, talvolta assieme a Eduardo De Filippo. Potete immaginare quanto fosse più attraente e irresistibile per me, distratto studente della vicina Facoltà di Giurisprudenza, marinare le lezioni di Legge! 
Il luogo prescelto, questa volta, uno dei più suggestivi e significativi della spiritualità: il Monastero di Camaldoli. A Gassman, un po' in là con gli anni ma ancora in grande spolvero, venne richiesto di declamare qualche Canto della Divina Commedia, cosa che fece puntualmente, alla sua maniera. Di fronte ad una platea di pochi privilegiati, si concentrò un attimo poi partì con "Paolo e Francesca".
Ero a pochi passi da lui e subito colsi l'emozione che trasudava letteralmente dalla camicia. Lo fotografai e quei magici istanti vennero pubblicati in un periodico a larghissima diffusione con un titolo di copertina ad effetto: "Anche i mattatori hanno un'anima!" Perché, c'erano dei dubbi?




Conservo di lui un ricordo commovente: un uomo di enorme sensibilità e intelligenza, e di una fragilità pari al suo immenso talento. Una grande anima!
  
p.s.: a proposito, ragazzi... un piccolo consiglio personale: fate l’amore, non Giurisprudenza!
#RicordoDiVittorioGassman #VentAnniSenzaVittorioGassman #IlMattatoreeLanima @paolosalvi

giovedì 30 gennaio 2020

Elogio dell'infanzia*



...Cosa c'è nella pace che alla lunga non entusiasma
e che non si presta al racconto? 
Devo darmi per vinto, ora? Se mi dò per vinto, allora l'umanità perderà il suo cantore:
e quando l'umanità avrà perso il suo cantore, avrà perso anche l'infanzia.
(Dal film "Il cielo sopra Berlino" di Wim Wenders, 1987)



  


Elogio dell'infanzia

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla. Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare. 


* “Elogio dell’infanzia” è la poesia di Peter Handke con la quale si apre il Film capolavoro di Wim Wenders “Il cielo sopra Berlino” (1987), di cui è co-sceneggiatore.
Peter Handke, scrittore austriaco classe 1942, merita il Premio Nobel della Letteratura per “la sua opera influente che ha esplorato con ingegnosità linguistica la periferia e la specificità dell'esperienza umana”. 
Questa la motivazione con la quale è stato insignito del Premio Nobel, lo scorso anno.


Peter Handke

 A proposito:
 «Il vento fa bene ai sogni»

giovedì 21 febbraio 2019

Nel Nome del Pane


 "Pane!", - gridava uno che cercava di andare in fretta..."
(Da: L'assalto al forno ne "I Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni)



Il Pane, oltre ad essere alimento principe nella nutrizione, ha un significato sacro che trascende e sovrasta la sua stessa fisicità.
Lo “spezzare il pane...” va al di là del gesto che quotidianamente accompagna (i più fortunati che possono averlo) la ritualità della tavola e che si realizza pienamente nella condivisione. Pensate: il termine “compagno/a” deriva proprio da questo.




Proprio così, ci vogliono i “riti”, come suggeriva la volpe nel "Piccolo Principe". I riti sono quella “cosa” che fanno un momento diverso da ogni altro e si rinnovano nell’attesa del loro compiersi.
Dietro al Pane - la cui dignità è indiscutibile - per il quale si lotta, c’è tutta una Vita e una incredibile forza benevola che vuole si sappia che non c’è motivo di avere paura, mai !

La forma a cupola del pane toscano, per esempio, ricorda inequivocabilmente il tiburio delle basiliche lombarde. Il tiburio è quella prodezza architettonico-romanica che si precisa in una cupola a spicchi su pianta poligonale, racchiusa all'esterno da un involucro di ugual numero di lati e coperta da tetto piramidale a falde inclinate. Insomma, un autentico “miracolo” nel suo genere.
Come il Pane, appunto!

domenica 26 aprile 2015

MISERICORD(I)A...




"Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia!"
(Alessandro Manzoni)



La parola “misericordia”, il cui significato etimologico è miseris cor dare, “dare il cuore ai miseri”, quelli che hanno bisogno, quelli che soffrono, nasce dal sentimento di compassione per l’infelicità altrui, che spinge ad agire per alleviarla; un sentimento di pietà che muove a soccorrere, a perdonare... È una virtù morale, d'ispirazione cristiana, che si concreta e sostanzia in opere di misericordia, appunto.


"Madonna della Misericordia", Piero della Francesca

La Madonna della Misericordia, già nell'iconografia dal XIII secolo, è rappresentata in piedi, nell'atto di accogliere sotto il suo ampio manto i fedeli o i religiosi a lei devoti, di solito inginocchiati in preghiera.


In ebraico misericordia è "khesed" e ha le sue radici nell'alleanza tra due parti e nella conseguente solidarietà di una parte verso quella in difficoltà. In greco "eleos" indica il sentimento di intima commozione, la compassione, la pietà, dunque il contrario dell'invidia per la fortuna del prossimo. Per Aristotele, il timore e la compassione nella tragedia operano la purificazione, cioè la catarsi. Nei Vangeli la richiesta di essere misericordiosi si esprime nella parabola del Buon Samaritano (Luca 10, 37). Nel parlare comune "Misericordia!" è un grido di meraviglia o di dolore!!



Porta del Paradiso del Ghiberti, Battistero di San Giovanni in Firenze



In termini di appartenenza, l'istituzione delle "Misericordie" rappresenta il fondamento delle nostre migliori radici culturali, espressione della primigenia forma di compartecipazione organizzata di solidarietà sociale.

Altro che epoca buia, il Medioevo! È lì che nasce e fiorisce la civiltà occidentale, nella più alta delle sue accezioni.
Se le nostre radici "strutturali" sono riconducibili ai Romani, quelle culturali si rifanno al nostro Medioevo!
Semplificando: se dobbiamo all'ingegneristica romana l'ossatura, l'anima risuona nelle absidi delle Pievi romaniche.

E che dire delle Università. Bologna, primo Ateneo della storia accademica con i glossatori dell'XI secolo, prima facoltà di Giurisprudenza al mondo, seguita come diaspora da Padova, Parigi e Oxford, appena dopo Pavia.



"incappucciati" durante un trasporto (alle spalle il Battistero fiorentino)



Nella Firenze del XIII secolo, intorno all'anno 1244, viene fondata la Confraternita della Misericordia, la più antica Compagnia per l'assistenza ai malati e, in generale, la prima istituzione privata di volontariato esistente al mondo, ancora attiva dalla sua fondazione, e che annovera oggi oltre un milione di iscritti in ogni parte d'Italia.

Nello stesso periodo la Città del Giglio coniava il "fiorino", moneta sonante riconosciuta come valùta persino in Cina, dando inizio alla prima società mercantile "di stampo capitalista" del pianeta. Falsificare il "fiorino" allora era davvero pericoloso: ce lo rammenta Dante, nel XXX Canto dell' Inferno, facendolo dire a Mastro Adamo, arso vivo sulla strada della Consuma. 

Ivi è Romena, là dov’io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai.
                                   


Strana città, Firenze, da sempre ricca di contraddizioni, moneta corrente che scorre nelle sue vene. Solidarietà e individualismo estremi l'accompagnano, da sempre. L'(o)Spedale degli Innocenti, per esempio. Un'altra realtà unica - nel suo genere - al mondo. L'Ospedale - detto "spedale", "ospedale dei bambini abbandonati", si trova in piazza Santissima Annunziata. Fu il primo brefotrofio d'Europa e una delle più straordinarie architetture rinascimentali, certamente una delle più significative opere di Filippo Brunelleschi.



Dettaglio del portico d'ingresso dell'Ospedale degli Innocenti (terracotte di Andrea Della Robbia)


Dal portico, veduta di Piazza Santissima Annunziata


Il centro storico di Firenze visto da piazzale Michelangelo



E come non rammentare le parole che Papa Francesco ha pronunciato a proposito della Misericordia:

È quello che ha fatto Gesù: ha spalancato il suo Cuore alla miseria dell’uomo. Il Vangelo è ricco di episodi che presentano la misericordia di Gesù, la gratuità del suo amore per i sofferenti e i deboli. Dai racconti evangelici possiamo cogliere la vicinanza, la bontà, la tenerezza con cui Gesù accostava le persone sofferenti e le consolava, dava loro sollievo, e spesso le guariva. Sull’esempio del nostro Maestro, anche noi siamo chiamati a farci vicini, a condividere la condizione delle persone che incontriamo. Bisogna che le nostre parole, i nostri gesti, i nostri atteggiamenti esprimano la solidarietà, la volontà di non rimanere estranei al dolore degli altri, e questo con calore fraterno e senza cadere in alcuna forma di paternalismo.

Abbiamo a disposizione tante informazioni e statistiche sulle povertà e sulle tribolazioni umane. C’è il rischio di essere spettatori informatissimi e disincarnati di queste realtà, oppure di fare dei bei discorsi che si concludono con soluzioni verbali e un disimpegno rispetto ai problemi reali. Troppe parole, troppe parole, troppe parole, ma non si fa niente! Questo è un rischio. (...)

Quello che serve è l’operare, l’operato vostro, la testimonianza cristiana, andare dai sofferenti, avvicinarsi come Gesù ha fatto. Imitiamo Gesù: Egli va per le strade e non ha pianificato né i poveri, né i malati, né gli invalidi che incrocia lungo il cammino; ma con il primo che incontra si ferma, diventando presenza che soccorre, segno della vicinanza di Dio che è bontà, provvidenza e amore"


(Discorso del 14 giugno 2014 ai Gruppi delle Misericordie e Fratres d'Italia, nell'anniversario dell'Udienza del giugno 1986 con Papa Giovanni Paolo II, in Piazza San Pietro)





giovedì 19 giugno 2014

Nascosti giardini




Amo la libertà de' tuoi romiti
vicoli e delle tue piazze deserte,
rossa Pavia, città della mia pace.

Giardini nascosti, Ada Negri



Ma tu continua e perditi, mia vita, 
per le rosse città dei cani afosi
convessi sopra i fiumi arsi dal vento.

Se musica è la donna amata, Mario Luzi





Nei nascosti giardini delle nostre più belle Città, trascurati dalla frenesia e dalla disattenzione, affiorano gioielli d'inaudita bellezza che risplendono presenti e vivi ai nostri occhi, ancora lì per stupirci, rapirci, o semplicemente per rammentarci di dove veniamo.

Ed ecco, svoltato l'angolo, basta alzare lo sguardo che...









Questo racconto per immagini - a mano libera e cuor in mano - prende forma e si trasforma in un viaggio nel tempo e nello spazio, quello appartenente al nostro patrimonio genetico-culturale, di un Paese che nostro malgrado non ha eguali al mondo.

Per poter discorrere di Pavia, millenaria Città di ospitazione, mi sono lasciato andare per i ciottoli delle sue strette vie trapuntate di perle - come San Teodoro - capaci di sedurre, a prima vista, anche il più ossidato viandante.

Per inciso, questa Città, d'impianto romano che si snoda tra cardo e decumano, ha espresso nei secoli una stratificazione di testimonianze storico-artistiche che la rendono unica, per densità e qualità, nel panorama europeo: mi riferisco, in particolare, al più bel percorso romanico che nessun'altra città del Vecchio Continente può vantare.



Veduta di Pavia del 1525 di B. Lanzani, particolari


Storie di San Teodoro, 1514 - Particolari del ciclo di affreschi nel presbiterio





La Chiesa di San Teodoro, eretta nel cuore del centro storico in sostituzione di un precedente edificio del secolo VIII dedicato al culto di S. Agnese, risale al dodicesimo secolo, periodo aureo della Pavia medievale.


Abside
Dettaglio di vetrage


Ma la vera sorpresa arriva scendendo (come una metafora) nella cripta.
Le volte, sostenute da pilastri in pietra calcarea arricchite da capitelli di fattura tardo-romanica, risalgono al XIII secolo e tradiscono una modernità sbalorditiva.










La cosa, però, che lascia senza fiato è l'affresco, sulle volte a vela, con una teoria di angeli musicanti attorno al volto del Cristo. Un'autentica prodezza estetica; uno scialo di bellezza!

Mi piace accarezzare l'idea che Pontormo vi abbia messo mano. L'opera risale all'epoca in cui l'eccentrico fiorentino si faceva "murare" nella Città del Giglio proprio in virtù del suo carattere, riservato fino alla scontrosità, che gli ha impedito di lasciare Firenze. Dunque la cosa è assai improbabile, ma sognar non nuoce!









Saliamo, dunque, a "riveder le stelle".















da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-19308?f=a:3381>



sabato 8 febbraio 2014

BUGATTI, la Divina.

Universalmente riconosciute come le più belle auto mai costruite al mondo, le Bugatti incarnano il germe della nostrana genialità applicata all'estetica di cui rappresentano l'assoluto vertice, mai più ripetibile.

I tempi e le condizioni storiche e personali hanno permesso all'alchimista della meccanica, Ettore Bugatti, di sfoderare esemplari di una tale eleganza che a stento sembrano realmente esistiti.

La parabola fulminea di questo gentiluomo dell'automobilismo d'arte è stata segnata da invenzioni che ricordano i grandi del jazz, della pittura, la scultura, il cinema, con quel tocco di leggendaria follia riservata più spesso alle pagine della letteratura del Novecento.

Ettore Bugatti era figlio d'arte, manco a dirlo.
Dal suo cilindro ha estratto il meglio di quanto un uomo del suo tempo e del suo stato potesse esprimere. Il talento misto ad un avveniristico, visionario ardimento, gli hanno permesso di donare al mondo quei capolavori del vento, le mitiche Bugatti, che ancora sentiamo sfrecciare dai recessi più limpidi della memoria. Capaci di travolgerti, riaffiorano come il profumo di lavanda allaga gli occhi, riempiendoli d'inusitato desiderio. Sentimenti che non si prestano a nessun'altra declinazione che non sia la passione, il gusto, la sfida per il bello a qualunque costo.




E quella sfida Bugatti l'ha vissuta, fino in fondo. La vita, con i suoi bizzarri, imperscrutabili mulinelli lo ha poi travolto, lui stesso, negli affetti più cari, quasi a vendicarsi di un uomo che si era avventurato a sfidarla dimentico della comune, fragile essenza di ogni umana cosa.

Per celebrarne il genio, srotolo la pellicola dei ricordi più belli, quando, girovagando per il Belpaese, mi succedeva sovente di incontrare le sue creature da dietro un tornante o, come una visione,  tra le piazze affollate di gente stordita al passaggio di quei capolavori che hanno contribuito a identificare l'Italia il Paese più elegante del mondo.

p.s.: questa "sfilata di foto", tratta dall' International Meeting 2002 in Toscana, è un gesto semplice di sincera riconoscenza e gratitudine.


A Ettore Bugatti,
l'alchimista della meccanica.









Raduno Internazionale Bugatti - Arezzo, P.zza Vasari, 2002











martedì 4 febbraio 2014

Spazio all'Immaginazione


In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità,
a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa...

("Il Suonatore Jones"
da Non al Denaro Non all'Amore Né al Cielo
Fabrizio De André)



Ci sono serate difficili da raccontare, che è impossibile dimenticare.


Certo che ce ne vuole di coraggio a inerpicarsi tra gli sterrati sentieri della canzone d'autore, e la forza non può che procedere dall'amore per quello che si fa; il coraggio deriva dall'amare, sempre.


E allora ecco, come un torrente carsico, riaffiorare goccia su goccia un repertorio di sedimenti emozionali che appartengono al patrimonio collettivo di intere generazioni. Quelle sonorità riconosciute, riproposte e interpretate da chi queste acque ha navigato, consapevole dei rischi che quelle rapide rappresentano, sono una sfida che pochi possono permettersi.


L'altra sera, a "Spazio Musica", tre maestri-musicisti navigati come Ellade Bandini (batteria), Giorgio Cordini (corde), Mario Arcari (ance, ovvero qualsiasi cosa emetta un suono), ci hanno trasportato nel dorato regno della poesia investendoci di note, vere "gocce di splendore".
Hanno attraversato il repertorio a loro (e a noi) familiare di Fabrizio De André, Paolo Conte, Francesco Guccini, Ivano Fossati, passando da "Ho visto Nina volare" alle (sinuose) "prese di una verde milonga", per risalire la memoria prenatale di "Un Vecchio e un Bambino" e naufragare, infine, in "Mio fratello che guardi il mondo".


A loro, che sono stati la spina sonoro-dorsale dei padri della canzone-poesia d'autore, vada la nostra gratitudine per averci regalato una serata di memorabili vibrazioni.

Dove? A "Spazio Musica" in Pavia, il luogo (unico nel panorama italiano) dove poter sperimentare sensazioni ed emozioni che la dura legge della quotidianità non riesce a scalfire: l'immaginazione che è vita!





sabato 18 gennaio 2014

Quando la realtà...



Quando la realtà del tempo nostro, con le sue incoerenze e i suoi controsensi, ci appare così dolce e così crudele ad un tempo, così "semplice" e così complessa, è certo vero che una delle chiavi d'interpretazione più efficaci per maneggiarla diviene - per chi abbia l'anima non assopita - proprio quella della poesia.

E di un tipo di poesia, come delle immagini del nostro artista, 
la più accesa, la più dilatata, la più irritata che sia possibile. 







Tempo fa il Comune di Santa Maria Maggiore - in Val Vigezzo, "la Valle dei Pittori" - un delizioso paese sdraiato tra le guglie alpine che dettano il limite ai confini nazionali e gettano ombra e frescura a quelle genti scolpite dal vento, ha dedicato una "personalissima" mostra ad Antonio Gennari.





scorcio di Palazzo municipale




Municipio, già Casa Mandamentale


Con fantasia, humor nero e tragica desolazione, Gennari dipinse un bizzarro brulicare di buffoni, maschere, scheletri, burlesche autorità civili e religiose, personaggi dai volti brutali e clowneschi, resi con magistrale, pregnante modellazione cromatica e materica (avrebbe detto il critico d'arte)!

A me piace ricordarlo immerso e perso tra le sue cose più personali - gli oggetti che ho ritratto in mostra - in tutta la sua stupefacente, caustica ironia; quella potente, autentica irriverenza che appartiene ai puri.

























Antonio GENNARI, pittore vigezzino (1923 - 2002)

Autoritratto