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domenica 22 novembre 2020

Abbandonarsi alla vita



 La semplicità è molto di più dell'accettazione di sé. Significa essere con se stessi, con infinita benevolenza.
"Sulla semplicità" di Alexandre Jollien

 

Capperi, su muro a secco


 

Questa immagine che ho impresso nell'obiettivo risale ad una sosta di cammino in Casentino, un luogo al confine (e di confine) nella più apocrifa e riposta Terra di Toscana.

E mi aiuta a ricordare quello che scriveva in "Umano, troppo umano" - a proposito della semplicità - un insolito Nietzsche: Un modo di vivere semplice è oggi difficile: c'è bisogno per esso di molta più riflessione e inventiva che persone anche molto valenti non abbiano. È complicato essere semplice, sembra dire! È complicato restare nudi di fronte alla vita, rincara la dose Alexandre Jollien. "Tutto avviene come se la nostra mente lavorasse dal mattino alla sera a complicare l'esistenza, a fare paragoni, ad attendere circostanze che non arriveranno mai, a rimpiangere un passato che è passato per sempre. Condurre una vita semplice significa abbandonarsi a tutto.”

Insomma, la mente si dà da fare per creare problemi dove non ce ne sono! Così conclude e ci indica Jollien: "Cominciare una vita semplice significa domandarsi che cos'è centrale nella propria vita: i problemi, le irritazioni, le tensioni? E poi vivere, semplicemente. La semplicità è molto di più dell'accettazione di sé. Significa essere con se stessi, con infinita benevolenza.

Cercare la semplicità, l'abbandono, la gioia che sono già dentro di noi. La felicità, dunque! 


sabato 18 ottobre 2014

Quando la Musica salva la vita e risana un mondo di dolori

La Musica salva la vita e risana un mondo di dolori.



Sembra un compito impossibile, invece così non è. Già quarant'anni fa il maestro venezuelano José Antonio Abreu ha fatto un miracolo dando vita a una profonda rivoluzione sociale attraverso l'insegnamento della musica (linguaggio complesso ma universale) ai bambini dai tre ai quattordici anni.

L'intento era, e rimane, quello di "fare orchestra" di "con-certare", di stare insieme per costruire una "sin-fonia". Solo così inserendo, suggerendo nuovi valori, potremo formare una nuova generazione e costruire una nuova società di uomini.

A questo aveva profondamente creduto anche il maestro Claudio Abbado, purtroppo recentemente scomparso.

(Roberto Campagnano, Direttore Associazione Amici di Abreu)
da: Lettere Commenti & Idee di "Repubblica", giovedi 16 ottobre 2014


Nella foto con uno dei gioielli della factory nazionale venezuelana, Gustavo Dudamel


«Desidero salutare tutti gli amici qui riuniti per un progetto nel quale convivono due aspirazioni.

La prima è quella di rendere omaggio a José Antonio Abreu e alle sue realizzazioni. Abbiamo cercato, con alcuni amici musicisti, di accrescere e rafforzare ulteriormente "El Sistema" da lui ideato in Venezuela, che coinvolge un numero enorme di ragazzi: oggi sono più di 400.000 e oltre 2 milioni dall'avvio del progetto 35 anni fa. Abbiamo portato la nostra esperienza facendo concerti, insegnando, avvicinando sempre più musicisti europei che andassero in Venezuela a portare il proprio contributo.

La seconda aspirazione è quella di aiutare a trasferire in Italia i principi fondamentali del Sistema Abreu. Tant'è vero che, a imitazione del modello venezuelano, in ogni Regione italiana sono già sbocciate molte realtà che è bene ora portare in un alveo comune. I motivi per i quali è urgente e necessario importare nel nostro Paese questa realtà sono diversi. In primo luogo perché è chiaro a tutti che "così non va", che qualcosa, nella nostra società, va fatta. Non sono purtroppo assenti, anche da noi, sacche di povertà e disagio dove le prime e più vulnerabili vittime sono i ragazzi. (...) E allora ecco che fare musica insieme, studiarla e praticarla sono tutti strumenti che rendono possibile il riscatto. Abreu lo ha chiaramente dimostrato a tutto il mondo.

Un' ulteriore ragione, non meno importante. La gioventù è stata letteralmente depredata da prospettive credibili, per le quali valga lo sforzo e la gioia della realizzazione. Non solo chi è nel disagio, ma forse ancor più chi abita il benessere, viene manipolato per diventare un conformista, un animale compratore, un ebete che si nutre solo di superficialità.

Una vita piena di musica e di cultura è sicuramente un argine a tutto ciò. Chi ha avuto il privilegio di crescervi faccia, come proviamo a fare oggi, qualcosa perché altri vi crescano a loro volta».


Questo l'intervento del compianto M° Claudio Abbado, al convegno organizzato da Federculture e dalla Scuola di Musica di Fiesole nel novembre 2010.


Un "Sistema italiano alla Abreu" - fortemente voluto e promosso da Claudio Abbado - non solo non può e non deve andare perduto, ma è la più credibile e spendibile risposta alla desertificazione imperante dei nostri giorni!

venerdì 22 marzo 2013

L'Arte dell'Attesa



Se la Vita è l'Arte dell'Incontro 
(come diceva Vinícius de Moraes)

per me

nell'Attesa dell'Incontro

la Vita è l'Arte dell'Attesa


Quando questo Incontro si compie è bene celebrarlo con gratitudine.
Questo mi è accaduto oggi quando
ho incontrato Sergio Maria Calatroni,
ineffabile artista dell'Incontro.



Penso che il bisogno più profondo della natura umana, e non solo di questa,
ma anche di tutte le altre, che ci accompagnano in questo viaggio che
chiamiamo "vita",
sia la ricerca del compimento di un risveglio di uno stato di serenità
universale che unifica tutto.
Vorrei aggiungere ancora
- sottolinea Sergio Maria -
 uno stato di grazia e l'esperienza di una pacificazione immediata dell'essere.




Basta un fiore a spiegare l'universo. 
Non c'è bisogno di altro,
di nessun'altra domanda e di nessun'altra risposta.

Vuol dire divenire capaci di non trascurare il casuale, il marginale, 
quello che erroneamente è definito l'inutile e 
fare di una giornata un'opera d'ascolto che non dimentica nulla.

Con ogni probabilità la grande maggioranza delle persone
non trova il tempo di rivolgere le sue energie
e la sua gratitudine,
la sua con-passione ad accogliere la magnificenza del piccolissimo
e l'insegnamento che ogni momento custodisce.



Cucinare il Silenzio 
è la pratica dell'attesa
e della cura del fare di un attimo un evento maestro.

L'attimo del presente che riassume tutta la gloria della nostra esistenza
e di tutte le cose.

Che cos'è il grande e cos'è il piccolo?
Occorre essere pazienti, attenti, delicati, diligenti
e non distratti dal nostro stesso fare confuso
 per incontrare 
quest'attimo che ammaestra e svela
e che ci sorprende sempre impreparati.

Nel mondo non vi è nulla di nascosto.
Tutto è davanti agli occhi.
Tutto si compie continuamente.
Tutto è.

Cucinare è una pratica di preparazione.
Un fare quotidiano umile e familiare
Antichissimo e sempre attuale.
Umanissimo perché spontaneamente partecipe al bene di qualcun altro
che è in attesa di ricevere.




"Cucinare il Silenzio"

(questo il titolo della Mostra Personale allestita a Pavia 
dove fino al 21 aprile prossimo sono esposte
le Opere di Sergio Maria Calatroni
nell'elegante spazio Costruzioni Idee-Design)


Omaggio a mia mamma




Parafrasando Ermanno Olmi

Darei tutto quello che di artistico ho fatto nella vita
per fare della mia Vita
un' Opera d'Arte


mercoledì 27 febbraio 2013

Quando osservi



Quando osservi a lungo una rosa
che ha ferito un muro e ti dici:
Ho la speranza di guarire dalla sabbia,
il tuo cuore verdeggia…

Quando accompagni una donna al circo
in una giornata bella come un’icona…
e ti presenti come ospite alla danza dei cavalli,
il tuo cuore arrossisce…

Quando conti le stelle, ti sbagli
dopo la tredicesima e ti assopisci
come un fanciullo
nel blu della notte,
il tuo cuore imbianca…

Quando cammini e non vedi il sogno
camminare davanti a te come l’ombra,
il tuo cuore ingiallisce…


(Maĥmud Darwish)





Quando si parla di certe 
cose
meglio avere le prove!




Quando osservi a lungo una rosa
che ha ferito un muro e ti dici:





Ho la speranza di guarire dalla sabbia,





il tuo cuore verdeggia…




Quando accompagni una donna al circo

in una giornata bella come un’icona…





e ti presenti come ospite alla danza dei cavalli,





il tuo cuore arrossisce…



Quando conti le stelle, ti sbagli
dopo la tredicesima e ti assopisci

come un fanciullo


nel blu della notte,





il tuo cuore imbianca…



Quando cammini e non vedi il sogno
camminare davanti a te come l’ombra,


il tuo cuore ingiallisce…


DEDICATO 
a tutti coloro che, come l'ostrica,
trasformano nella vita 
gli irritanti granelli di sabbia 
in una perla.

(o conservano, come me, la speranza di... "guarire dalla sabbia")

sabato 23 febbraio 2013

La Bellezza della Vita



"I combattimenti difficili vengono riservati solo a chi ha 
un coraggio esemplare"

(Francesco d'Assisi, in Tommaso da Celano)





Oggi voglio raccontarvi una storia, una bellissima storia, 
una storia stupenda: 
quella del mio fraterno amico Wolfgang.







Il suo nome, Wolfgang, significa "colui che apre la strada".
Wolfgang è cieco ed io, prima di conoscerlo, 
sognavo ricorrentemente di diventarlo. Un incubo!

Poi, un giorno di tanti anni fa, ci siamo incontrati.

Prendetevi del tempo, per piacere.
Del tempo tutto per voi; possibilmente in silenzio.

Questa è la sua storia: quella di Wolfgang nel "giardino dei suoni".







“Guarigione non significa riparazione, 
ma spiegamento e realizzazione delle umane possibilità.”







“Se si osserva molto attentamente, si può trovare un linguaggio comune, 
anche in condizioni difficilissime. Può essere un suono, 
un tocco, una risata o un concerto di uccelli. 
In quel secondo in cui avviene il contatto, nasce qualcosa di misterioso. 
Come una piccola luce, che si accende all’improvviso e illumina l’oscurità. 
Se si riesce a generare questa scintilla,
 allora quel momento è per me di grande bellezza.”

(Wolfgang Fasser)





Alla fine di ogni incontro ci salutiamo dicendo:
"Ci vediamo!"


Dimenticavo.
Nessuno è perfetto: lui è svizzero!



venerdì 1 febbraio 2013

Un'idea mi frulla...

Un'idea mi frulla
scema come una rosa




Giorgio Caproni esordisce così in uno dei suoi memorabili sonetti, eppoi...

dopo di noi non c'è nulla
nemmeno il nulla
che già sarebbe qualcosa.

I poeti, che strane creature, vero? Che belle creature!
Col tempo ho imparato a fidarmi più di loro che dei filosofi, perché promettono di meno ma mantengono di più.
A loro spetta uno dei compiti più strabilianti e ingrati: quello di restituire alle parole la verginità che hanno perduto. Strada facendo può capitare, anche nelle migliori famiglie...

A darci manforte ecco spuntare Ghiannis Ritsos, poeta pure lui e per giunta greco, a rincarare la dose:
"le parole sono come vecchie prostitute che tutti usano, spesso male!"
Insomma, restituire significato, senso, peso specifico alle parole non è mica una parola, giusto?
E non è questione di plurale o singolare, etimologia, semantica e via dicendo; questa è roba da specialisti, e di illustri semiologi - con la Eco - ne abbiamo in circolazione. 
Si tratta, piuttosto, di lavoro da certosini, di purissimo artigianato del verbo, quello di ridare dignità alle parole, restituire loro la verginità perduta. La loro essenza, la vita.
Pensiamoci.

"da principio era il Verbo..." (Vangelo di Giovanni 1,1-18)
"considerate la vostra semenza..." (Inferno, canto XXVI)

Pensiamoci al "peso" che hanno le parole.
Perché - com'è esperienza comune nella vita, anche se talvolta diversamente distribuita - esse sono pietre, carezze, veleno o balsamo. Il modo stesso di porgerle, di pronunciarle ci cambia il metabolismo, come un abbraccio, direbbe Charlie Brown!

E allora il poeta - ché di queste cose se ne intende - quello che ab origine alberga dentro ognuno di noi, per farle rivivere le "manomette". Le manomette sì, le smonta e poi le rimonta, le spezzetta e le ricompone fino a restituire loro la dignità originaria, a liberarle. Esattamente come prevedeva un antico istituto del diritto romano - la manumissio - attraverso cui allo schiavo veniva restituita la libertà.
Sapete chi mi ricordano, questi signori? Mi ricordano il lavoro di estrazione dello scultore.
Ascoltate queste "pietre sonore" di Pinuccio Sciola, poi ne riparliamo...






Ecco, "entrare dentro la pietra, ascoltarne il silenzio", dice Sciola. Estrarre e liberare le parole dalla pietra; pietra che parla. Restituirle la vita.
Allora quella "rosa" di Caproni che per Dante rappresentava il Paradiso, pur non riuscendo a dirci cos'era di preciso, perché oltre la rosa non c'è niente, non c'è nemmeno il nulla, che già sarebbe qualcosa; allora, "scema come una rosa" non può essere altro che... sublime!





lunedì 28 gennaio 2013

Vorrei vivere per sempre

"Vorrei vivere per sempre. 

Trovo la vita molto interessante non per il successo ma per i cambiamenti che potrebbero esserci, se solo le persone fossero disposte ad accettarli e a convivere con essi. Sono convinto che è meglio favorire i mutamenti, piuttosto che ostacolarli.
Più invecchio, più trovo che è meglio seguire il corso della corrente"

Charlie Chaplin



Già, i cambiamenti.

Se poeta è - letteralmente - colui che crea i cambiamenti, Chaplin ne ha rappresentato la quintessenza. Genio indiscusso della pantomima, attore, regista, sceneggiatore, produttore e compositore, ma, su tutto, poeta nella sua più ampia accezione. Capace di intercettare i tempi, i mutamenti, denunciarne con coraggio le distorsioni, le alienanti derive sociali, politiche e umane, Charlie Chaplin lo ha saputo fare rimanendo fedele a se stesso, coerentemente al suo poetico modo d'intendere la vita della quale era innamorato. 






Sir Charles Spencer Chaplin nacque (poteva essere diversamente?) in un carro di zingari accampato nei pressi di Birmingham. Gli anni dell'infanzia nei sobborghi di Londra, dove dalla madre ricevette i primi rudimenti di recitazione, lo segnarono per il resto dell'esistenza. Il germe del cambiamento non lo avrebbe mai lasciato, insieme alla fame di vita e al ricordo di quella "vera", patita sulla pelle.

Diceva Cioran, Emil Cioran, che la vita, più che una corsa verso la morte, è una disperata fuga dalla nascita.
Chaplin pareva averla presa alla lettera, memore della propria nascita (e della fame). E l'ha mutata in poesia! Aveva come una sorta di memoria prenatale, una musicalità innata che riusciva ad esprimere come chi sa' prima ancora di conoscere, tipico del genio. E come tale, era per un quarto ispirazione e per i restanti tre... traspirazione!





L'umanità che ci accomuna e appartiene, quell'umanità intera che in sé ha saputo leggere come pochi altri, Chaplin è riuscito a esprimerla in una delle pagine più toccanti della storia del cinema.
E dell'Umanità.





...Più che macchinari ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza...
(da Il Grande Dittatore) 

domenica 27 gennaio 2013

La Stella della Memoria


La Stella della Memoria



Era il 1938 quando, nel nostro Paese, vennero varate le "leggi razziali" 
in ragione delle quali milioni di persone vennero discriminate, perseguitate, torturate e uccise.

Quelle leggi costituiscono una macchia incancellabile 
 e le loro tragiche conseguenze un monito per tutte le generazioni a venire.

La natura stessa delle cose indica ciò che la coscienza reclama: 
l'eguaglianza tra gli uomini.

"Cose uguali ad una stessa cosa sono uguali tra loro"
Euclide  

Esercitare la memoria ed essere vigilanti - senza mai abbassare la guardia -
 è preciso compito di ognuno.

Ce lo ricorda limpidamente
Hannah Arendt ne "La banalità del male"

"... il male può invadere e devastare tutto il mondo
perché cresce in superficie come un fungo. 
Esso sfida il pensiero perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, 
andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla.
Questa è la sua banalità".
"...la mia opinione è che il male non è mai radicale, ma soltanto estremo, 
e non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca".

"Solo il bene ha profondità e può essere integrale."



Nella sua immane tragicità, quel grottesco "manifesto della razza"
ha ispirato una della pagine più (s)drammatiche della comicità di Roberto Benigni.




"Conosco una sola razza: quella umana"
Albert Einstein


sabato 19 gennaio 2013

Caro amico ti scrivo...

Caro amico ti scrivo, così non mi distraggo un pò
e siccome sei molto lontano
più forte ti scriverò.

Da quando sei partito
ci son grosse novità
gli anni vecchi son finiti ormai
ma qualcosa ancora qui non va.

Si esce poco la sera
compreso quando è festa
e abbiamo messo gli allarmi
perfino nella  minestra.

Vedi, caro amico
cosa ti scrivo e ti dico
e come sono contento
di essere qui in questo momento.

Vedi, vedi, vedi, vedi
cosa si deve inventare,
per poter riderci sopra,
per continuare a sperare.

E se quest'anno poi 
passasse in un istante,
vedi, amico mio
come diventa importante
che in quell'istante ci sia anch'io.

Vedi, caro amico...
... quando lo schianto
ti ha preso per mano
e la tua storia
ha preso un'altra traiettoria...

Vedi, vedi, vedi, vedi
a me piace pensare
che ancora mi ascolti
e che come allora sorridi,
che come allora sorridi.




Vedi, caro Andrea,
quello che mi ha reso accettabile la "cosa"
(non te l'avevo mai detto finora)
è che hai approfittato
- per venirtene via -
della distrazione del tuo angelo custode
nell'istante in cui
ti slanciavi nella cosa
che più... amavi:
giocare a basket.

Adesso ti ripasso la palla,
come fosse un assist!

il tuo amico

(grazie a Lucio Dalla e Francesco Guccini 
che - strada facendo - ho avuto il piacere d'incontrare e verso i quali sono ri-conoscente)