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domenica 22 novembre 2020

Abbandonarsi alla vita



 La semplicità è molto di più dell'accettazione di sé. Significa essere con se stessi, con infinita benevolenza.
"Sulla semplicità" di Alexandre Jollien

 

Capperi, su muro a secco


 

Questa immagine che ho impresso nell'obiettivo risale ad una sosta di cammino in Casentino, un luogo al confine (e di confine) nella più apocrifa e riposta Terra di Toscana.

E mi aiuta a ricordare quello che scriveva in "Umano, troppo umano" - a proposito della semplicità - un insolito Nietzsche: Un modo di vivere semplice è oggi difficile: c'è bisogno per esso di molta più riflessione e inventiva che persone anche molto valenti non abbiano. È complicato essere semplice, sembra dire! È complicato restare nudi di fronte alla vita, rincara la dose Alexandre Jollien. "Tutto avviene come se la nostra mente lavorasse dal mattino alla sera a complicare l'esistenza, a fare paragoni, ad attendere circostanze che non arriveranno mai, a rimpiangere un passato che è passato per sempre. Condurre una vita semplice significa abbandonarsi a tutto.”

Insomma, la mente si dà da fare per creare problemi dove non ce ne sono! Così conclude e ci indica Jollien: "Cominciare una vita semplice significa domandarsi che cos'è centrale nella propria vita: i problemi, le irritazioni, le tensioni? E poi vivere, semplicemente. La semplicità è molto di più dell'accettazione di sé. Significa essere con se stessi, con infinita benevolenza.

Cercare la semplicità, l'abbandono, la gioia che sono già dentro di noi. La felicità, dunque! 


venerdì 17 luglio 2020

Cortona On The Move 2020 | The COVID-19 Visual Project



"Nei vecchi borghi c'è il nostro futuro"
(Stefano Boeri)



Quando sono il coraggio e la cultura ad ispirare sulla spinta della necessità e l'urgenza di raccontare questo tempo sospeso tra dolore e reazione, ecco che il termine resilienza assume un significato appropriato e può prendere la forma del Festival "Cortona On The Move", che non tradisce le attese.


Con l'edizione speciale di COTM magazine, luglio 2020


Giunto alla decima edizione, il Festival delle "narrazioni visive" si conferma tra i migliori eventi nel suo genere in Europa; allestito con cura nei luoghi più suggestivi della Città murata di Cortona (che di per sé vale sempre il viaggio) quest'anno ha per titolo inequivocabile "The COVID-19 Visual Project. A Time of Distance", una selezione di fotografie e filmati a tema che presto si è trasformata in un archivio permanente in progress sulla pandemia da coronavirus.



COTM magazine, luglio 2020, The COVID-19 Visual Project
 





 Il Festival Cortona On The Move 2020, inaugurato l'11 di luglio, resterà allestito fino al 27 settembre nelle varie sedi del centro storico di Cortona.

A proposito, mi associo con Stefano Boeri che dice: "Nei vecchi borghi c'è il nostro futuro".


CORTONA, dal piazzale del Santuario di S. Margherita, il Lago Trasimeno




Per saperne di più, visitate il sito https://www.cortonaonthemove.com/, in attesa di vederlo coi vostri occhi
#CortonaOnTheMove2020 #TheCOVID19VisualProjectATimeOfDistance #Fotografia
Paolo Salvi

lunedì 11 marzo 2019

Artemisia Gentileschi: talento e temperamento che salvano la vita


«Questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere» 

(La celebre missiva che il padre di Artemisia Gentileschi, Orazio, inviò alla Granduchessa di Toscana, il 3 luglio 1612)




Artemisia Gentileschi è stata una pittrice di "stampo caravaggesco" di formidabile talento.
Un talento così esuberante, pari solo al suo incontenibile temperamento che l'ha salvata dalle tante "intemperie" della vita!

Artemisia Gentileschi, "Autoritratto come allegoria della Pittura"
Gran Bretagna, Royal Collection, Windsor.


Giovanissima il padre (pittore) Orazio, accortosi della sua eccezionale disposizione estetica, la volle mandare a bottega da Agostino Tassi "lo smargiasso" che abusò di lei, violentandola. Con una straordinaria forza d'animo ed una presenza di spirito fuori dal comune, Artemisia riuscì a "difendersi" e a superare anche la gogna del processo, ottenendo giustizia (almeno) in aula.

Questa la tremenda testimonianza che Artemisia pronunciò - a sua difesa - davanti al Tribunale:
«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne» 

Quella terribile esperienza - aggravata dall'infamia di taluni, ai tempi dove la pittura era esclusivo appannaggio maschile e le donne considerate poco più che "fattrici" - ha segnato la sua vita in un' epoca che stenta tristemente a tramontare: quella della violenza sulla donna!



Artemisia Gentileschi, "Giuditta che decapita Oloferne" (1612-1613) Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli



Artemisia Gentileschi, trasferitasi a Firenze col marito che il padre le aveva "procurato per riparare l'offese", si fece apprezzare da subito per le sue formidabili abilità artistiche; a Napoli, poi, e successivamente a Londra, la Gentileschi venne definitivamente consacrata per la sua inequivocabile grandezza di pittrice.



Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni (1610 circa) olio su tela, Castello di Weißenstein, Germania



Le Opere - frutto del suo cristallino genio - sopravvissero (anche) all'oblio dei secoli successivi la sua scomparsa.



Ad Artemisia Gentileschi (Roma 1593 - Napoli 1654) 
e a tutte le Donne "violate", che hanno trovato la forza e il coraggio di "riscattarsi".

venerdì 8 gennaio 2016

GIOTTO dei Miracoli




Credette Cimabue ne la pittura 
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, 
sì che la fama di colui è scura.

"Divina Commedia" - Purgatorio, Canto XI



Quel che è certo di Giotto è la data della dipartita, l'otto di gennaio del 1337 e il luogo: la "sua" Firenze.
Tutto il resto, a partire dal giorno della nascita, appartiene al mistero. Può sembrare strano a prima vista ma, per quanto sia stato uno tra i più studiati e celebrati pittori di tutti i tempi, la sua vicenda è tutt'altro che chiusa.

Giotto di Bondone - forse diminutivo di Ambrogio o Angiolo - comunemente conosciuto  come Giotto (Vespignano nel Mugello, 1267 circa - Firenze, 8 gennaio 1337) è stato molto di più del pittore-architetto che tutti conosciamo. Ancora prima di Leonardo Da Vinci, Egli ha profondamente rivoluzionato l’arte italiana, rendendola moderna, abbandonando lo stile bizantino e riscoprendo i modelli dell’antichità classica e romana. Giotto ha rappresentato con la pittura quello che Dante Alighieri ha fatto con la lingua italiana: ha precorso la Storia, unificando - culturalmente - l'Italia!



Ma la cosa curiosa è come sia riuscito, ancora giovanissimo (appena ventenne), a infrangere l'adagio evangelico "nemo propheta acceptus est in patria sua" proprio nella Città del Giglio, famosa per essere la tomba de' pittori vivi! Il suo precocissimo, prodigioso talento s'è trasformato prestissimo in "talenti". Fama e "fiorini", gloria e ricchezza lo hanno accompagnato parimenti alla meraviglia che ha saputo donarci e di cui ancora ci ricolma.




Altra unicità, della singolare vicenda umana del "nostro", pare sia stata la famiglia, numerosa, solida e unita come rarissimamente è accaduto nella storia dell'Arte. Insomma: "A chi ha sarà dato...", e a Giotto la "Grazia" non ha fatto sconti!

C'è un altro aspetto a mio giudizio ancora poco indagato e assai interessante: quello riguardante il Suo spiccato senso dell'umorismo e dell'autoironia, dote che rileva e sottolinea la sua capacità di introspezione dell'animo umano fino agli esiti più profondi e inquietanti della nostra condizione terrena (a tutt'oggi i suoi virtuosismi pittorici sono oggetto di sperticate battute di stampo boccaccesco-vernacolare!).


Giotto, come pochi altri, ha saputo cogliere il dolore e la dolcezza, la tenerezza e la tristezza, creando un ponte privilegiato tra il Cielo e la terra. Un po' come la scala nel Genesi:

"Sognò di vedere una scala
che poggiava sulla terra,
mentre la sua cima
raggiungeva il cielo"


Particolarmente toccante è l'attenzione di Giotto verso "La Vergine": una vertigine d'inenarrabile meraviglia!


Giotto, Polittico di Santa Reparata, 1310 ca., recto - dalla Cattedrale di Santa Maria del Fiore (Firenze) - Firenze, Opera di Santa Maria del Fiore - foto Nicolò Orsi Battaglini


Giotto, Polittico di Santa Reparata, 1310 ca., verso - dalla Cattedrale di Santa Maria del Fiore (Firenze) - Firenze, Opera di Santa Maria del Fiore - foto Nicolò Orsi Battaglini


Della mostra a Lui dedicata a Milano, allestita nelle sale di Palazzo Reale, dal titolo "Giotto, l'Italia", mi garba - per usare un termine tanto caro a noialtri toscani - di condividere alcune delle meraviglie su tavola (riunite ed esposte eccezionalmente per l'occasione) che qui di seguito merita ammirare. È uno scialo di bellezza che ci accompagna e ci consola: un privilegio da custodire nel profondo del cuore.


Giotto, Dio Padre in trono (particolare), 1303-05 ca. - dalla cappella degli Scrovegni, Padova, Musei Civici di Padova, Museo d’arte medievale e moderna


Giotto, Polittico Stefaneschi (particolare)



Giotto, Polittico Stefaneschi, verso, secondo decennio del Trecento - dalla Basilica di San Pietro, Città del Vaticano, Musei Vaticani - Servizio Fotografico dei Musei Vaticani.

Giotto, Polittico Stefaneschi, recto, secondo decennio del Trecento - dalla Basilica di San Pietro, Città del Vaticano, Musei Vaticani - Servizio Fotografico dei Musei Vaticani.





Giotto, Polittico Baroncelli, 1330 ca. - dalla Basilica di Santa Croce, cappella Baroncelli (Firenze) 


Giotto, Polittico di Bologna, 1332-34 ca. - dalla Rocca di Galliera (Bologna), Bologna, Pinacoteca Nazionale

giovedì 24 dicembre 2015

A come Aldus



Aldo (Pio) Manuzio, Aldus Pius Manutius, di cui quest'anno ricorre il Cinquecentenario della scomparsa, nacque a Bassiano (Latina) tra il 1449 e il 1452 e morì nella Venezia in pieno Rinascimento il 6 febbraio 1515. È stato il più geniale editore, tipografo-umanista italiano. È ritenuto - a ragion veduta - il più grande tipografo del suo tempo e il primo editore in senso moderno. Introdusse numerose innovazioni nell'ambito dell'arte grafica destinate a segnare la storia della tipografia (post Gutenberg) fino ai nostri giorni, al punto da elevarla ad Arte: come (e solo) la A di Aldus poteva significare.


Aldo Manuzio in un dipinto di Bernardino Loschi

Il contributo forse più rilevante di Aldo Manuzio alla moderna cultura della scrittura fu la definitiva sistemazione della punteggiatura. Il punto come chiusura di periodo, la virgola, l'apostrofo e l'accento impiegati per la prima volta nella loro forma odierna, nonché l'invenzione del punto e virgola (neppure Totò sarebbe rimasto immune! Ma sì, abbondiamo;)


Manuzio è considerato anche l'ideatore del carattere corsivo (corsivo italico o "aldino"). Il corsivo si chiama italique in francese e italics in inglese proprio perché fu Lui ad introdurlo tra i suoi "tipi". Ricordatelo, quando andrete sulla tastiera del vostro personal a cercare l'italico! Esecutore di questo primo corsivo fu l'incisore dell'officina di Aldo, Francesco Griffo. 
I libri di Manuzio si riconoscevano 
dall'inconfondibile marchio 
con un'ancora e un delfino 
che chiudono una 
impaginazione 
tipicamente 
a goccia.
*  *
*





Per i suoi volumi Aldo introdusse, nell'editoria di cultura, il cosiddetto "formato in ottavo", fino ad allora usato solo in talune operette a carattere religioso; diverse dal manoscritto e dagli incunaboli dell'epoca per maneggevolezza, portabilità e per le ridotte dimensioni, 
le edizioni "Aldine" sono state a tutti gli effetti il precursore dei libri tascabili odierni. 
Il nuovo formato fu presto adottato in tutta Europa, quello che per i francesi è il pamphlet.


Qualche anno fa ebbi la fortuna di dedicare una mostra monografica alla figura di Aldo Manuzio,
che allestimmo nelle sale del Castello dei Conti Guidi di Poppi (Arezzo).
Tra le meraviglie esposte, ebbi il privilegio di toccare con mano il libro ritenuto a tutt'oggi "il più bello" e anche "il più misterioso al mondo": Il Polifilo. 



Una pagina della Hypnerotomachia Poliphili, detta "Polifilo", di Francesco Colonna (1499).
Una delle rarissime copie superstiti è conservata nella Biblioteca degli Intronati di Siena.


Della strabiliante eredità culturale, umanistico-estetica, di Manuzio ha raccolto il testimone il nostro Giovan Battista Bodoni (di cui al personalissimo ed elegantissimo "carattere" che oggi si dice font), al quale il contemporaneo Franco Maria Ricci ha dedicato la sua opera più bella: BODONI, appunto.
Ma questa è tutta un'altra storia, o meglio... la nostra Storia!


sabato 18 ottobre 2014

Quando la Musica salva la vita e risana un mondo di dolori

La Musica salva la vita e risana un mondo di dolori.



Sembra un compito impossibile, invece così non è. Già quarant'anni fa il maestro venezuelano José Antonio Abreu ha fatto un miracolo dando vita a una profonda rivoluzione sociale attraverso l'insegnamento della musica (linguaggio complesso ma universale) ai bambini dai tre ai quattordici anni.

L'intento era, e rimane, quello di "fare orchestra" di "con-certare", di stare insieme per costruire una "sin-fonia". Solo così inserendo, suggerendo nuovi valori, potremo formare una nuova generazione e costruire una nuova società di uomini.

A questo aveva profondamente creduto anche il maestro Claudio Abbado, purtroppo recentemente scomparso.

(Roberto Campagnano, Direttore Associazione Amici di Abreu)
da: Lettere Commenti & Idee di "Repubblica", giovedi 16 ottobre 2014


Nella foto con uno dei gioielli della factory nazionale venezuelana, Gustavo Dudamel


«Desidero salutare tutti gli amici qui riuniti per un progetto nel quale convivono due aspirazioni.

La prima è quella di rendere omaggio a José Antonio Abreu e alle sue realizzazioni. Abbiamo cercato, con alcuni amici musicisti, di accrescere e rafforzare ulteriormente "El Sistema" da lui ideato in Venezuela, che coinvolge un numero enorme di ragazzi: oggi sono più di 400.000 e oltre 2 milioni dall'avvio del progetto 35 anni fa. Abbiamo portato la nostra esperienza facendo concerti, insegnando, avvicinando sempre più musicisti europei che andassero in Venezuela a portare il proprio contributo.

La seconda aspirazione è quella di aiutare a trasferire in Italia i principi fondamentali del Sistema Abreu. Tant'è vero che, a imitazione del modello venezuelano, in ogni Regione italiana sono già sbocciate molte realtà che è bene ora portare in un alveo comune. I motivi per i quali è urgente e necessario importare nel nostro Paese questa realtà sono diversi. In primo luogo perché è chiaro a tutti che "così non va", che qualcosa, nella nostra società, va fatta. Non sono purtroppo assenti, anche da noi, sacche di povertà e disagio dove le prime e più vulnerabili vittime sono i ragazzi. (...) E allora ecco che fare musica insieme, studiarla e praticarla sono tutti strumenti che rendono possibile il riscatto. Abreu lo ha chiaramente dimostrato a tutto il mondo.

Un' ulteriore ragione, non meno importante. La gioventù è stata letteralmente depredata da prospettive credibili, per le quali valga lo sforzo e la gioia della realizzazione. Non solo chi è nel disagio, ma forse ancor più chi abita il benessere, viene manipolato per diventare un conformista, un animale compratore, un ebete che si nutre solo di superficialità.

Una vita piena di musica e di cultura è sicuramente un argine a tutto ciò. Chi ha avuto il privilegio di crescervi faccia, come proviamo a fare oggi, qualcosa perché altri vi crescano a loro volta».


Questo l'intervento del compianto M° Claudio Abbado, al convegno organizzato da Federculture e dalla Scuola di Musica di Fiesole nel novembre 2010.


Un "Sistema italiano alla Abreu" - fortemente voluto e promosso da Claudio Abbado - non solo non può e non deve andare perduto, ma è la più credibile e spendibile risposta alla desertificazione imperante dei nostri giorni!

giovedì 9 ottobre 2014

"Piazza Grande" d'Arezzo: un prodigio!


« Giorgio, s'i'ho nulla di buono nell'ingegno, egli è venuto dal nascere nella sottilità dell'aria del vostro paese d'Arezzo »


(Michelangelo Buonarroti)




"Piazza Grande" ad Arezzo è - senza ombra di dubbio - una delle più belle d'Italia, ergo... merita assolutamente d'essere considerata tale, "grande", o meglio, un prodigio! 


Piazza Grande (vista dal pozzo)



Il suo impianto medievale venne, in epoca rinascimentale, nobilitato da Giorgio Vasari (1511-1574) a cui è dedicata. 

L'intervento architettonico del Vasari, di un ardimento fuor di misura, modificò il prospetto scenico e urbanistico della piazza dotandola di una tribuna di stupefacente eleganza. L'autore de "Le Vite" (a tuttora il più affidabile trattato di storia dell'arte) ci ha lasciato traccia della sua genialità di architetto e d'artista a tutto tondo proprio nella sua terra natale, contribuendo sensibilmente a rendere il centro storico di Arezzo uno dei più straordinari al mondo.

La Colonna e lo storico Tribunale
Dal pozzo, scorcio del loggiato vasariano
Scorcio frontale del loggiato del Vasari, dall'abside della Pieve di Santa Maria


L'edificio, progettato nel 1573, fu terminato nel 1595 sotto la direzione di Alfonso Parigi (il Vasari morì nel 1574). Ad ogni buon conto, questo palazzo è considerato l’architettura più bella, compiuta e riuscita del grande aretino.


Dal centro di Piazza Grande



Rivolgendosi a Lui, disse Michelangelo Buonarroti

« Giorgio, s'i'ho nulla di buono nell'ingegno, egli è venuto dal nascere nella sottilità dell'aria del vostro paese d'Arezzo »

Il busto marmoreo dedicato a Giorgio Vasari
Infilata delle logge vasariane




Quando Roberto Benigni scelse Arezzo per girare le scene più romantiche de "La Vita è Bella", non lo fece casualmente. 
Ritornare nella sua terra d'origine (Benigni è nato a Misericordia, una frazione di poche anime nel comune di Castiglion Fiorentino che - suonerà strano - è in provincia di Arezzo) è stato un naturale omaggio ad un "set da Oscar", teatro delle riprese dell'intero primo tempo del suo più celebrato film.




Rendere testimonianza ad una Città come Arezzo (per me) sorge spontaneo. 

Quando cominceremo davvero ad accorgerci del valore inestimabile del nostro patrimonio culturale e a farlo fruttificare come merita?

lunedì 6 ottobre 2014

"Francesco"




"I combattimenti difficili vengono riservati solo a chi ha 
un coraggio esemplare"

(Francesco d'Assisi, in Tommaso da Celano)



"Francesco" di Gino Covili, pittore di Pavullo nel Frignano, remoto entroterra dell'Appennino modenese, è il più "primitivo", autentico e audace ciclo pittorico contemporaneo riguardante il Santo di Assisi.



La predica agli uccelli



Nell'estate del 1999 dedicammo una mostra monografica alla figura di Francesco di Assisi attraverso le opere (in tutto oltre una settantina) di questo singolare artista dell'umanità derelitta: Covili, appunto. La allestimmo nelle sale del castello dei Conti Guidi di Poppi in Casentino, in provincia di Arezzo, proprio dirimpetto alla Verna dove il Santo ricevette le stimmate nel 1224.


Pace con frate lupo


Lo rammento come uno dei momenti più coinvolgenti, e al contempo carichi di significato umano prima che professionale, l'incontro con la personalità che meglio d'ogni altra avrebbe dato senso alla più radicale scelta di spoliazione evangelica, che Covili era riuscito ad esprimere in maniera tanto manifesta.



I disegni e le tavole su San Francesco, di cui ripropongo qui tre opere "colossali" eseguite tra il 1992 e il '93, possono essere considerati molto di più di un semplice ex-voto offerto a seguito di una vicenda drammatica felicemente conclusa. Gino Covili sa cogliere e trasmettere la personalità del Santo e il rovesciamento di valori operato dalla sua "scandalosa" imitazione del Cristo; restando fedele al suo straordinario linguaggio figurativo, Covili è riuscito nell'ardua impresa di cogliere i sentimenti più segreti e arditi del messaggio francescano.



Madre terra

(Le immagini sono tratte dal catalogo "Francesco", dedicato al ciclo pittorico di Gino Covili, edito da Rizzoli)

giovedì 19 giugno 2014

Nascosti giardini




Amo la libertà de' tuoi romiti
vicoli e delle tue piazze deserte,
rossa Pavia, città della mia pace.

Giardini nascosti, Ada Negri



Ma tu continua e perditi, mia vita, 
per le rosse città dei cani afosi
convessi sopra i fiumi arsi dal vento.

Se musica è la donna amata, Mario Luzi





Nei nascosti giardini delle nostre più belle Città, trascurati dalla frenesia e dalla disattenzione, affiorano gioielli d'inaudita bellezza che risplendono presenti e vivi ai nostri occhi, ancora lì per stupirci, rapirci, o semplicemente per rammentarci di dove veniamo.

Ed ecco, svoltato l'angolo, basta alzare lo sguardo che...









Questo racconto per immagini - a mano libera e cuor in mano - prende forma e si trasforma in un viaggio nel tempo e nello spazio, quello appartenente al nostro patrimonio genetico-culturale, di un Paese che nostro malgrado non ha eguali al mondo.

Per poter discorrere di Pavia, millenaria Città di ospitazione, mi sono lasciato andare per i ciottoli delle sue strette vie trapuntate di perle - come San Teodoro - capaci di sedurre, a prima vista, anche il più ossidato viandante.

Per inciso, questa Città, d'impianto romano che si snoda tra cardo e decumano, ha espresso nei secoli una stratificazione di testimonianze storico-artistiche che la rendono unica, per densità e qualità, nel panorama europeo: mi riferisco, in particolare, al più bel percorso romanico che nessun'altra città del Vecchio Continente può vantare.



Veduta di Pavia del 1525 di B. Lanzani, particolari


Storie di San Teodoro, 1514 - Particolari del ciclo di affreschi nel presbiterio





La Chiesa di San Teodoro, eretta nel cuore del centro storico in sostituzione di un precedente edificio del secolo VIII dedicato al culto di S. Agnese, risale al dodicesimo secolo, periodo aureo della Pavia medievale.


Abside
Dettaglio di vetrage


Ma la vera sorpresa arriva scendendo (come una metafora) nella cripta.
Le volte, sostenute da pilastri in pietra calcarea arricchite da capitelli di fattura tardo-romanica, risalgono al XIII secolo e tradiscono una modernità sbalorditiva.










La cosa, però, che lascia senza fiato è l'affresco, sulle volte a vela, con una teoria di angeli musicanti attorno al volto del Cristo. Un'autentica prodezza estetica; uno scialo di bellezza!

Mi piace accarezzare l'idea che Pontormo vi abbia messo mano. L'opera risale all'epoca in cui l'eccentrico fiorentino si faceva "murare" nella Città del Giglio proprio in virtù del suo carattere, riservato fino alla scontrosità, che gli ha impedito di lasciare Firenze. Dunque la cosa è assai improbabile, ma sognar non nuoce!









Saliamo, dunque, a "riveder le stelle".















da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-19308?f=a:3381>